L’emozione di questa settimana è tenerezza.
Sto sentendo una spinta a prendermi cura di qualcuno o qualcosa perché credo che, in questo momento, abbia bisogno di protezione.
COSA CI SPINGE A FARE?
La tenerezza è l’emozione che ci spinge a mostrare affetto e sensibilità verso gli altri.
Ci spinge a gesti delicati e premurosi, come abbracciare, accarezzare o offrire parole gentili.
Ci spinge a prenderci cura degli altri, a consolare chi è triste o sofferente, e a offrire il nostro sostegno quando qualcuno è in difficoltà.
L’esempio classico è il cucciolo o il bambino piccolo che ci ispirano tenerezza perché evolutivamente siamo spinti a prenderci cura dei piccoli.
LA STORIA DI SOFIA
C’era una volta una giovane infermiera di nome Sofia, conosciuta per la sua dolcezza e il suo cuore gentile. Lavorava in un ospedale dove ogni giorno incontrava persone che avevano bisogno di cure e conforto.
Un giorno, arrivò in ospedale un paziente anziano, il signor Carlo, che aveva subito una grave frattura. Carlo era scontroso e irritabile, probabilmente per il dolore e la preoccupazione. Sofia, mossa dalla sua naturale tenerezza, cercò di confortarlo con parole gentili e gesti affettuosi. Ma Carlo, sentendosi trattato come un bambino, si infuriò ancora di più e respinse Sofia. In quel momento, la sua tenerezza sembrava un ostacolo, incapace di raggiungere il cuore del paziente. Invece la sua collega Marta che mostrava rispetto e professionalità senza eccedere in tenerezze fu apprezzata da Carlo per la sua discreta gentilezza.
Una settimana dopo, arrivò in ospedale un bambino, Matteo, che si era rotto un braccio cadendo dalla bicicletta. Matteo era spaventato e piangeva senza sosta. I suoi genitori, preoccupati, non sapevano come calmarlo. Sofia, vedendo la paura negli occhi del bambino, si avvicinò con il suo sorriso rassicurante. Con delicatezza, prese la mano di Matteo e iniziò a raccontargli una storia fantastica di cavalieri e draghi, distraendolo dal dolore e dalla paura.
La tenerezza di Sofia riuscì a tranquillizzare Matteo, che smise di piangere e iniziò a seguire la storia con interesse. Grazie alla sua dolcezza, il bambino trovò il coraggio di affrontare la situazione, e anche i suoi genitori si sentirono sollevati vedendo il cambiamento nel loro figlio.
Sofia capì che la tenerezza, se usata con sensibilità e nel modo giusto, poteva essere un potente strumento per aiutare gli altri. Anche se in alcune situazioni poteva sembrare un ostacolo, era proprio quella stessa tenerezza che le permetteva di toccare i cuori delle persone e fare la differenza nelle loro vite.
L’UTILITà EVOLUTIVA DELLA TENEREZZA
Immagina una tribù preistorica che vive in una zona selvaggia e inospitale. Durante un inverno particolarmente rigido, le condizioni sono molto dure e il cibo scarseggia. In questa situazione, le persone devono collaborare per sopravvivere. Tra i membri della tribù, c’è un giovane cacciatore che si fa male alla gamba durante una battuta di caccia. Non può camminare e quindi non può cacciare o aiutare a raccogliere legna per il fuoco.
La reazione istintiva della tribù potrebbe essere di abbandonarlo, poiché non può contribuire alle attività quotidiane. Tuttavia, la tenerezza degli altri membri della tribù li spinge a prendersi cura del giovane cacciatore ferito. Due persone costruiscono una barella rudimentale e lo trasportano al campo. Altri membri della tribù condividono il loro cibo con lui e tengono viva la fiamma del fuoco per mantenere caldo il suo riparo.
Questa tenerezza e cura non solo aiutano il cacciatore ferito a guarire, ma rafforzano anche i legami tra i membri della tribù. Quando finalmente guarisce, il cacciatore è grato per l’aiuto ricevuto e fa del suo meglio per ripagare la gentilezza degli altri. Questa esperienza di tenerezza crea una tribù più coesa e unita, in cui le persone sanno che possono contare l’una sull’altra nei momenti difficili.
Inoltre, la cura e l’attenzione dimostrate al cacciatore ferito insegnano alla tribù che la compassione e l’empatia sono importanti per il benessere collettivo. La tribù impara che prendersi cura dei più deboli o dei feriti non è solo un atto di gentilezza, ma contribuisce anche alla sopravvivenza e alla resilienza della comunità.
La tenerezza ha permesso agli uomini dell’antichità di sopravvivere spingendoli a prendersi cura dei membri più deboli o feriti della tribù, rafforzando i legami tra di loro e assicurando una comunità più coesa e solidale, in grado di affrontare insieme le sfide della vita preistorica.
La tenerezza è stata molto importante per gli esseri umani durante l’evoluzione perché ci ha aiutato a formare legami e a prenderci cura l’uno dell’altro. Questo, a sua volta, aumenta le possibilità di sopravvivenza del gruppo e favorisce la trasmissione di valori positivi e cura reciproca.
La tenerezza che i genitori provano verso i loro figli piccoli li motiva a prendersi cura di loro e a proteggerli da pericoli. Questo comportamento protettivo garantisce che i bambini crescano sani e sicuri, aumentando le probabilità di sopravvivenza della prole.
Quando proviamo tenerezza verso i nostri cari, come i genitori o i nonni, siamo più inclini a prendeci cura di loro. Questo tipo di legame emotivo crea una rete di supporto familiare che aiuta l’intera famiglia a sopravvivere e prosperare, specialmente in momenti difficili.
La tenerezza verso gli anziani motivava le persone a prendersi cura di loro, assicurando così che queste persone con più esperienza potessero contribuire al benessere della comunità attraverso i loro insegnamenti e consigli. Questo ha significato che le conoscenze e le esperienze delle persone anziane potevano essere trasmesse alla generazione successiva.
Inoltre, la tenerezza forniva supporto emotivo e psicologico ai membri della comunità. In tempi di difficoltà, l’affetto e la gentilezza tra le persone creavano un senso di appartenenza e sicurezza, che aiutava a mantenere il morale alto. Questo supporto era essenziale per superare periodi di scarsità o situazioni pericolose.
In sintesi, la tenerezza ha aiutato gli uomini dell’antichità a creare comunità solide e cooperative, dove le persone si preoccupavano l’una dell’altra e si sostenevano a vicenda. Questo ha reso più probabile che il gruppo sopravvivesse e prosperasse in ambienti difficili.
APPROFONDIAMO
Il termine “Tenerezza” deriva dal latino “teneritia”, che a sua volta proviene dal latino “tener,” che si riferisce a qualcosa di “morbido o delicato”, non solo in senso fisico ma anche emotivo. Quindi la tenerezza è l’emozione che esprime affetto, gentilezza o sensibilità nei confronti di qualcun altro o di qualcosa. C’è anche chi l’associa ad un’espressione del greco antico con il significato di “tendere verso… andare verso…” rispecchiando l’idea di avvicinarsi per prendersi cura di qualcuno o di qualcosa.
La tenerezza si manifesta con una semplice parola rispettosa, un gesto, uno sguardo, un sorriso, un silenzio, un ascolto, uno stare vicini…
È un sentimento delicato di un senso di protezione a chi ci appare indifeso o comunque non minaccioso. La tenerezza è, soprattutto, un gesto di accoglienza, l’espressione più autentica dell’affetto.
(se non vi è la percezione dell’accudimento / protezione, l’emozione vissuta è di pena)
Paul Ekman, uno degli psicologi più famosi nell’ambito degli studi sulle emozioni, sostiene che la tenerezza è un’emozione basilare in cui si armonizzano il bisogno di attenzione, l’affetto, l’empatia e la necessità di intimità con cui conferiamo sicurezza e calore.
Dov’è la tenerezza?
La tenerezza è dentro di noi. Ma è l’altro che aprirà le porte della nostra stessa tenerezza. La sua fragilità risveglierà il nostro desiderio di essere gentili, attenti, comprensivi.
La tenerezza è un sentimento che nasce dal riconoscimento di uno stato di bisogno dell’altro. Bisogno di accudimento. Quando una persona mostra segni di fragilità e vulnerabilità, ecco che può nascere in noi questo sentimento.
In pratica, si avverte un desiderio autentico di proteggere l’altro e prendersi cura di lui.
La tenerezza può sorgere in diverse situazioni, come quando vediamo un bambino piccolo che ride, quando osserviamo animali che interagiscono affettuosamente, o quando siamo testimoni di un momento di profonda connessione tra persone. È un’emozione che porta con sé un senso di calore e sicurezza, spesso legata a momenti di intimità e vicinanza emotiva.
A livello gestuale, la manifestazione di tenerezza verso l’altro è ben rappresentata dalla carezza, ad esempio della mano, atto che acquisisce il significato di reale presenza, di “esserci”.
La tenerezza è un po’ come una sorella minore della compassione, meno notevole, meno in prima linea, è un po’ timida, è schiva e delicata.
È quello che proviamo quando accettiamo l’altro, la nostra vita e quello che accade, così com’è, senza condizioni.
Ed è un po’ come sorella della gentilezza, della dolcezza, della simpatia ma anche della fragilità. Il che può sorprenderci, perché sovverte dalle fondamenta l’idea che, per essere di aiuto agli altri, si debba essere forti e infrangibili come una solida roccia.
Nella nostra fragilità, invece, si nasconde il seme della capacità di vedere la fragilità altrui, premessa ineludibile di una compassione che non si faccia sterile commiserazione, ma si ponga come agente di cambiamento per noi e per gli altri.
La tenerezza, a prima vista, può sembrare debole ma in verità è un’emozione che cammina a braccetto con la speranza e la gentilezza, e tutte insieme possono rendere l’essere umano davvero umano.
In senso generale, si tende a provare tenerezza verso quelle persone o realtà percepite come deboli o indifese (ad esempio, bambini, anziani, cuccioli), oppure verso coloro a cui si è affettivamente legati o con cui si intrattiene una relazione amorosa.(sia nell’ambito umano sia in quello animale, osservando l’adulto che si prende cura del proprio cucciolo).
un cucciolo, un albero che sta per germogliare, un nonnino…
Quando diciamo di un bambino che è tenero è perché lo vediamo disarmato, senza furbizia, sprovveduto. Anche i vecchi ci muovono queste onde piccole di tenerezza, anche il loro è un disarmo, una vacuità di strategie, un’inadeguatezza a farcela sempre, a essere a livello delle aspettative.
L’opposto della tenerezza lo abbiamo quando ci “induriamo”. La tenerezza non c’è dove c’è severità, giudizio, malevolenza.
Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri, è sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è frontale. Così raro oggi, che giri l’angolo e trovi un guru, ma devi girare tutto il mondo per trovare un amico sincero che pianga con te, rida con te e non ti voglia spiegare la vita e risolvere i suoi misteri.
La nostra stessa attenzione può avere una qualità di tenerezza che permette di sperimentare gratitudine per il senso di curiosità e novità che accompagnano la nostra esplorazione.
Ecco la tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi.
Senza tenerezza, nessuno di noi può tornare a stupirsi della bellezza del mondo e degli esseri umani. E senza tenerezza nessuno di noi può abitare in pace un universo che senta fatto anche per lui.
La tenerezza è tutto ciò che addolcisce la nostra esistenza, è una carezza sulla guancia, è un tenere la mano, è un volto tranquillo e sorridente, è uno sguardo amorevole.
Ogni essere umano è sensibile, ogni essere umano è fragile; ecco perché ogni essere umano, quando recepisce la dolcezza, ne rimane colpito. La tenerezza ci ricorda la nostra personale vulnerabilità: il fatto che siamo esseri umani e che viviamo di emozioni.
Cos’è la tenerezza in una coppia?
Una coppia vive la tenerezza quando ci si domanda:
“Che cosa sto facendo io perché l’altro sia felice?”.
Invece non vive la tenerezza se ci si domanda:
“Che cosa mi sta dando l’altro perché io sia felice?”
La tenerezza è l’espressione dell’amore nella sua forma più altruista e quindi più pura, non si ricerca la soddisfazione personale, ma la felicità dell’altro.
Perché la vita è un duro mestiere, perché i rapporti oggi si sono fatti duri, senza prossimità, anaffettivi, quotidianamente parliamo di gentilezza, rabbia, bontà, ma è raro sentir parlare di tenerezza, forse per il suo essere un sentimento delicato e sensibile, che fa poco rumore.
Se percepiamo amore e rabbia come un fuoco, come sensazioni che bruciano, la tenerezza è semplicemente leggero calore.
Riscoprendo la tenerezza, comprendiamo quanto sia giusto prendersi cura di essa e prendersi cura del proprio corpo e della propria mente, ma anche di quelli altrui.
Tenerezza come sensibilità, apertura all’altro, capacità di relazioni in cui emergano l’amore, l’attenzione, la cura.
A ben vedere, la tenerezza è davvero ciò che oggi più manca. La tenerezza come antidoto a un’esistenza «divorata dalla fretta e dalla diffidenza», ma anche espressione della capacità di incontrare gli altri «nel silenzio e nella solidarietà».
Ci si deve educare alla tenerezza per evitare che le relazioni perdano di nitidezza e svaniscano. Si deve tentare di provare tenerezza perché questo vorrà dire desiderare che tutti gli esseri siano felici e agire in vista di ciò, come se fosse la nostra legge morale.
Non c’è cura dell’anima e del corpo, se non accompagnata dalla tenerezza che, ancora oggi più che nel passato, è necessaria a farci incontrare gli uni con gli altri, nell’attenzione e nell’ascolto, nel silenzio e nella solidarietà.
Datti una carezza e mettiti di buon umore perché tra una settimana arriverà una nuova emozione!
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

