L’emozione di questa settimana è desiderio.
Sto sentendo un vuoto che voglio colmare, una tensione tra ciò che ho e ciò che ritengo possa dare un senso alla mia vita.
COSA CI SPINGE A FARE?
Il desiderio è una forza che ci spinge a cercare ciò che ci manca o che crediamo ci renda felici, motivandoci a superare ostacoli, crescere, creare legami e migliorare la nostra vita. Se ben gestito, è una forza estremamente positiva che ci spinge a realizzare il nostro potenziale, a connetterci con gli altri e a costruire una vita piena di significato.
LA STORIA DI ELIAS
Era una notte fredda e limpida quando Elias, un giovane apprendista scultore, si trovò da solo nella sua bottega, immerso nel silenzio e circondato da blocchi di marmo grezzo. Da giorni lavorava a un’opera che sperava lo rendesse famoso, ma ogni colpo di scalpello sembrava allontanarlo dall’immagine perfetta che aveva nella mente. Quella sera, il desiderio di creare qualcosa di straordinario lo opprimeva come un macigno. Guardava il marmo e sentiva crescere dentro di sé una frustrazione ardente. “Devo fare di meglio, devo essere il migliore,” si ripeteva, mentre i suoi pensieri si facevano sempre più caotici.
Quella spinta lo portò a lavorare senza sosta, fino a notte fonda, senza concedersi né un pasto né un momento di riposo. Ma il desiderio, che avrebbe dovuto guidarlo, si trasformò in un’ossessione cieca. Il suo scalpello colpiva con troppa forza, i movimenti si facevano meno precisi, e un errore fatale spezzò un angolo del blocco di marmo. La crepa si estese lungo tutta la superficie, e il pezzo si frantumò davanti ai suoi occhi. Elias crollò a terra, esausto e amareggiato. Quel desiderio feroce di eccellere, che lo aveva spinto oltre i suoi limiti, lo aveva anche accecato e portato al fallimento. Sentì il peso della sconfitta, ma anche la consapevolezza di quanto quella spinta lo avesse fatto smarrire.
Passarono settimane prima che Elias trovasse la forza di ricominciare. Decise di prendersi una pausa dalla scultura e di immergersi nella natura per ritrovare la calma. Fu durante una passeggiata in una foresta che vide una scena che lo colpì profondamente: un ruscello scorreva tranquillo, aggirando senza sforzo i massi che incontrava sul suo cammino. Non li forzava, non li combatteva, ma li superava con eleganza, seguendo il proprio corso. Elias si fermò, come colpito da un’illuminazione. Forse il suo errore non era stato il desiderio stesso, ma il modo in cui lo aveva lasciato prendere il sopravvento. Doveva imparare a guidarlo, non a esserne sopraffatto.
Tornato in bottega, Elias scelse un nuovo blocco di marmo, più piccolo e meno ambizioso, ma che gli sembrava perfetto per ciò che aveva in mente. Questa volta, il suo desiderio non era quello di creare qualcosa di grandioso per impressionare gli altri, ma di scolpire con sincerità e gioia, seguendo la sua ispirazione. Ogni colpo di scalpello era guidato dalla calma e dalla concentrazione, e il desiderio diventava una spinta gentile, un motore silenzioso che lo aiutava a portare a termine la sua opera.
Dopo giorni di lavoro, Elias completò una statua che non era perfetta, ma che raccontava una storia. Era una figura di donna con un ruscello che le scorreva attorno ai piedi, simboleggiando il flusso della vita e il desiderio che, se ben dosato, guida senza travolgere. Quando la presentò al villaggio, le persone rimasero incantate. Non per la sua imponenza, ma per la sua sincerità, per la vita che sembrava emanare.
Elias capì allora che il desiderio non era né un nemico né un semplice alleato: era una forza da comprendere e incanalare. Lo aveva ostacolato quando era diventato ossessione, ma lo aveva aiutato a crescere quando lo aveva accolto come una guida. E da quel giorno, ogni sua opera portava con sé non solo il segno della sua maestria, ma anche la lezione di quella notte in cui il desiderio gli aveva insegnato a essere umano.
L’UTILITà EVOLUTIVA DEL DESIDERIO
Immagina un tempo lontano, quando gli uomini vivevano immersi nella natura selvaggia, senza città, senza strade, senza nulla di quello che oggi consideriamo scontato. Erano circondati da pericoli, ma anche da possibilità infinite, e ogni giorno era una lotta per sopravvivere. In questo mondo duro e primitivo, l’emozione del desiderio era la scintilla invisibile che accendeva il fuoco della vita, una forza potente e irrinunciabile. Il desiderio non era un capriccio, non era un lusso: era una necessità.
C’era un uomo, Arak, che viveva con il suo piccolo gruppo ai margini di una foresta. L’inverno era rigido e il cibo scarseggiava. La fame mordente lo spinse a guardare oltre l’orizzonte conosciuto. Il desiderio di saziare non solo il proprio stomaco, ma anche quello dei suoi figli, lo spinse a uscire dalla sicurezza della tribù. Sentiva che doveva trovare qualcosa, qualsiasi cosa, per garantire la sopravvivenza del suo popolo. E così, con il freddo che gli intorpidiva le mani e la paura che gli stringeva il cuore, Arak si avventurò in terre sconosciute.
Mentre camminava, il desiderio era come una voce dentro di lui: “Continua, non fermarti.” Superò torrenti ghiacciati, evitò tracce di predatori, e finalmente trovò una radura dove crescevano bacche mai viste prima. Le assaggiò con cautela, spinse via la paura dell’ignoto e riempì la sua sacca. Poi notò le impronte fresche di un animale, segno di una possibile preda. Il desiderio gli diede il coraggio di tendere una trappola. Quando tornò al suo gruppo con il cibo, non portò solo nutrimento: portò speranza. La sua scoperta aprì la strada a nuove possibilità.
Ma il desiderio non si limitava al cibo. C’era un altro uomo nella tribù, Larak, che era affascinato dal fuoco. Lo guardava crepitare, si chiedeva come poteva renderlo più utile. Spinto dal desiderio di migliorare la vita del gruppo, cominciò a sperimentare. Provò a spostare il fuoco, a usarlo per cuocere il cibo, per scaldare i ripari. Grazie a lui, il fuoco non era più solo un dono del caso, ma un alleato. Era il desiderio di scoprire e capire che spingeva Larak a rischiare di bruciarsi le mani, ma anche a donare al suo popolo un vantaggio inestimabile.
Il desiderio, però, non era solo pratico. C’era anche un lato più profondo, più misterioso. Una sera, una giovane donna della tribù, Elar, si sdraiò sotto il cielo stellato. Guardava le luci lontane e si chiedeva cosa fossero. Non avevano nulla a che fare con il cibo, con il fuoco o con i ripari, eppure sentiva che quelle luci parlavano alla sua anima. Era come se il desiderio la spingesse a cercare un significato più grande, qualcosa oltre la pura sopravvivenza. Con il tempo, Elar notò che alcune stelle si spostavano nel cielo in modi regolari, come se seguissero un percorso. Iniziò a capire che poteva usare quelle luci per prevedere i cambi delle stagioni. Quella scoperta apparentemente inutile divenne uno strumento prezioso per la tribù, che imparò a prepararsi meglio per l’inverno o la migrazione degli animali.
Il desiderio non si fermava al presente, non si accontentava di ciò che c’era. Era una forza che spingeva a immaginare il futuro, a creare legami, a migliorare le condizioni di vita. Quando i membri della tribù si riunivano attorno al fuoco, raccontavano storie, condividevano sogni, insegnavano ai giovani. Questo desiderio di connessione e conoscenza creava una comunità più forte, più unita. Anche un anziano, troppo debole per cacciare, trovava il suo ruolo: insegnava ai bambini quali piante erano buone da mangiare, quali sentieri erano sicuri, quali animali erano pericolosi.
Il desiderio era dappertutto: nel bambino che voleva scoprire come tirare meglio con l’arco, nella madre che proteggeva i suoi figli con una determinazione feroce, nel giovane che si chiedeva cosa ci fosse oltre le montagne. Era un motore inesauribile, che trasformava la necessità in innovazione, il bisogno in crescita. Senza desiderio, gli uomini sarebbero rimasti fermi, bloccati in una vita monotona e fragile. Ma con il desiderio, hanno imparato a esplorare, a creare, a sognare. È grazie a questa forza che gli uomini preistorici hanno non solo sopravvissuto, ma posto le basi per tutto ciò che siamo oggi.
Il desiderio non era solo una spinta per sopravvivere, era anche una promessa. Una promessa che c’era sempre qualcosa di più, qualcosa di meglio, da scoprire, da creare, da raggiungere. Era il ponte tra la lotta quotidiana e la possibilità di un domani migliore, una luce che guidava gli uomini attraverso i pericoli e le incertezze, sempre verso un futuro pieno di nuove stelle.
APPROFONDIAMO
Il termine “desiderio” deriva dal latino “de-sidera” che unisce la particella privativa “de” con il termine “sidus, sideris (plurale sidera)”, che significa “stella”, quindi letteralmente “assenza delle stelle“.
E questo a rappresentare quell’emozione profonda di “volere tornare a vedere le stelle” che per gli antichi era la “voglia di ottenere qualcosa di importante”, qualcosa che dava un senso alla loro vita..
Questa origine linguistica ci trasporta ai tempi degli antichi aruspici, quei sacerdoti che scrutavano il cielo per leggere il destino. Quando le stelle erano nascoste dalle nuvole, non potevano compiere le loro predizioni, e in loro nasceva un sentimento profondo di mancanza, il desiderio di rivedere quelle luci lontane che illuminavano il loro compito e davano senso al loro sguardo rivolto verso l’alto. È qui che il desiderio trova il suo primo respiro: nel riconoscimento di una mancanza, nella tensione verso ciò che ancora non c’è ma che sentiamo necessario.
Il desiderio è un sentimento forte che ci spinge a volere qualcosa che possa soddisfare un nostro bisogno, sia fisico che spirituale, emotivo o morale. È quella sensazione che ci motiva a cercare, ottenere o realizzare ciò che riteniamo importante per sentirci appagati.
Per desiderare, bisogna guardare in alto, bisogna tornare a guardare le stelle.
Quei puntini affascinanti nel cielo che non possiamo né toccare, né possedere. Quei puntini così lontani e irraggiungibili, che sembrano rispondere al nostro cuore inquieto.
L’emozione del desiderio è come quelle luci nel cielo: misteriosa, inafferrabile, eppure sempre presente, sempre lì a illuminare il buio del cuore. Sempre lì a spingerci a guardare in alto, a cercare un senso oltre il presente, oltre il tangibile. “Desiderare,” si dice, “è come cercare quelle stelle quando non si vedono, quando il cielo è coperto di nuvole. È il bisogno di colmare un’assenza, di ritrovare ciò che manca. È un moto che parte da me e si dirige verso ciò che è oltre.
Il termine “desiderantes” è presente anche nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, dove viene utilizzato per indicare i soldati che restavano fuori la sera, sotto le stelle, ad aspettare quelli che, dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati.
L’etimologia del termine “desiderio” ci riporta a una condizione di assenza o mancanza, un vuoto che genera tensione e voglia di raggiungere qualcosa che si percepisce come necessaria o significativa.
Ed è proprio il voler colmare una mancanza che ci motiva, che ci spinge ad agire.
Desiderare è voler colmare un senso interiore di una mancanza. Qualcosa che vogliamo raggiungere per sentirci appagati. Quindi desiderare è credere che sia possibile. È inseguire il nostro sogno che ancora non abbiamo ma che sappiamo essere realizzabile e che ci dà la voglia e l’energia per vivere a pieno la vita.
Il desiderio è un’emozione che ci accompagna costantemente, un motore invisibile che guida molte delle nostre azioni. Non è solo un impulso fisiologico, come il bisogno di mangiare o bere, ma un’esperienza molto più complessa. È una forza che nasce dalla mancanza ma che, al contempo, ci spinge a colmarla. Ci rende inquieti, ci fa sognare e immaginare. È come una mappa che ci indica una direzione, non per sopravvivere semplicemente, ma per dare senso al nostro cammino. Se il bisogno si accende e si spegne come un interruttore, il desiderio rimane acceso, ci accompagna, ci spinge a cercare qualcosa che spesso non è nemmeno del tutto chiaro.
Questa tensione tra mancanza e realizzazione ha una profondità che attraversa le epoche. Per i Greci, il desiderio era nostalgia di una perfezione perduta, un tentativo di ritornare a una condizione originaria di beatitudine. Per loro, il tempo era circolare, e ogni fine rappresentava un ritorno a un nuovo inizio. Questo spiega la loro visione del desiderio come ricerca di ciò che si è perduto, una tensione verso le origini. In contrasto, nella tradizione biblica, il desiderio guarda al futuro, non al passato. È una spinta verso l’altro, verso l’ignoto, verso ciò che ancora non esiste. Qui il tempo è lineare, e il desiderio diventa un progetto, una speranza, una tensione che non si ripete ma avanza.
Il desiderio è come un seme che porta in sé tutte le informazioni necessarie per diventare un albero. Ma come ogni seme, ha bisogno di essere piantato, nutrito, protetto. Sta a noi prendercene cura, affinché cresca e si realizzi. Quando desideriamo, crediamo nella possibilità di raggiungere ciò che ci manca. Questa fede nel futuro, nella possibilità di trasformare un sogno in realtà, è ciò che dà al desiderio la sua forza vitale. È il motore che ci spinge a migliorare, a evolverci, a crescere.
Tuttavia, il desiderio è anche una forza delicata che richiede equilibrio. Se diventa troppo forte, rischia di trasformarsi in ossessione; se è troppo debole, può lasciarci vuoti, apatici. È questa fragilità che lo rende umano. Il desiderio non è mai del tutto soddisfatto, perché quando otteniamo ciò che volevamo, subito nasce un nuovo desiderio. È come un viaggio senza fine, dove la meta non è mai definitiva, ma sempre un passo più avanti.
Nell’esperienza del desiderio c’è anche una profonda componente emotiva. È legato alla memoria, alla capacità di immaginare e di ricordare. Quando desideriamo qualcosa, spesso non si tratta solo dell’oggetto in sé, ma delle emozioni che crediamo possa darci. Il desiderio ci collega al passato e al futuro, al ricordo di ciò che ci ha reso felici e alla speranza di poter rivivere quella sensazione. Ma è anche legato al presente, perché ci spinge ad agire, a cercare, a vivere.
C’è una bellezza intrinseca nel desiderio. È una forza che ci distingue come esseri umani, che ci rende vivi. Non riguarda solo la sopravvivenza, ma anche il gioco, gli affetti, la curiosità. Ci spinge a creare legami significativi con il mondo, con gli altri, con noi stessi. È il filo invisibile che collega il nostro mondo interiore con la realtà esterna, che ci permette di immaginare e di realizzare, di esplorare e di costruire.
Il desiderio abita la distanza tra ciò che è presente e ciò che è assente. Vive in questo spazio di tensione, tra ciò che abbiamo e ciò che vorremmo. È un ponte tra il finito e l’infinito, tra il qui e l’altrove. Ci spinge a crescere, a cambiare, a cercare nuove forme di realizzazione senza perdere di vista ciò che ci rende unici.
Forse è per questo che il desiderio è così centrale nella nostra vita. Non è solo una spinta biologica, ma una forza che ci invita a sognare, a sperare, a creare. È un viaggio che non finisce mai, una storia che scriviamo ogni giorno, guardando sempre verso nuove stelle.
Se stai desiderando una nuova emozione per la prossima settimana… il tuo desiderio sarà esaudito. ^_^
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

