L’emozione di questa settimana è Illusione.
Sto sentendo entusiasmo e coraggio perché immagino una realtà che ancora non esiste, e questo mi spinge ad agire e ad andare oltre i limiti del presente.
Cosa ci spinge a fare?
L’illusione è un’emozione che nasce dal desiderio e dalla fantasia e ci fa percepire un futuro migliore come se fosse già reale. Questa sensazione ci riempie di entusiasmo e ci spinge ad agire, tentare, creare, rischiare e resistere anche senza certezze, dandoci forza nei momenti difficili e il coraggio di andare oltre i limiti del presente.
La storia di Luca
Luca camminava lungo la riva del fiume al tramonto, con la testa piena di immagini di ciò che avrebbe potuto essere. Da settimane sognava di diventare un musicista famoso: folle in delirio, luci, applausi. Nella sua mente, tutto era limpido, come se quel futuro fosse già scritto. L’illusione lo avvolgeva come un abbraccio caldo: non aveva dubbi, solo entusiasmo.
Ogni sera, invece di esercitarsi, si sedeva sulla sponda del fiume e immaginava il successo. “Sono già pronto”, si ripeteva. “È solo questione di tempo.” Ma la realtà non aveva fretta di realizzare i suoi sogni. Un giorno si iscrisse a un concorso musicale convinto che sarebbe bastato salire sul palco. Non studiò, non provò, non si preparò. Quando toccò a lui, le mani tremarono, la voce si spezzò e i minuti davanti al microfono si trasformarono in un’eternità gelida. Nessuno applaudì.
Fu allora che l’illusione gli mostrò il suo volto più duro: quello della caduta. L’immagine perfetta che aveva costruito si frantumò in un istante. Sentì il peso della realtà, e insieme a quello, la rabbia contro se stesso per averci creduto così tanto senza fare nulla per rendere quel sogno vero. Per giorni non volle più toccare la chitarra.
Poi una sera, solo nella sua stanza, ripensò a quella stessa illusione. Se l’aveva fatto stare così male, era perché era stata forte. Non era un pensiero qualunque: era una visione che gli stava a cuore. E forse, invece di illudersi soltanto, poteva usarla come spinta.
Da quel giorno, Luca iniziò a suonare ogni mattina prima di andare a scuola, anche quando era stanco. Immaginava ancora il palco, sì, ma non come un regalo: come una meta lontana. L’illusione non era più una bugia comoda, ma una fiammella che lo teneva in cammino. Si iscrisse a lezioni, partecipò a piccoli eventi, imparò ad accettare gli errori come parte del viaggio.
Un anno dopo tornò su quel palco. Non era ancora famoso, e il pubblico era piccolo. Ma quella volta le sue dita correvano sicure sulle corde e la voce non tremava. Non perché l’illusione lo aveva protetto dalla paura, ma perché lo aveva spinto a prepararsi, a non arrendersi dopo la caduta.
Capì allora che l’illusione non è né buona né cattiva. È una forza. Se la lasci sola, ti trascina lontano dalla realtà e ti fa cadere. Ma se la afferri e la trasformi in azione, diventa una spinta potente: ti fa alzare quando tutto sembra impossibile.
Sul fiume, nello stesso punto in cui aveva sognato per la prima volta, Luca sorrise. Non aveva cancellato la sua illusione: l’aveva resa vera, passo dopo passo, nota dopo nota.
L’utilità evolutiva dell’illusione
Molto tempo fa, quando gli uomini vivevano ancora di caccia e raccolta, ogni giorno era una sfida per sopravvivere. Tutto era incerto. Il cibo dipendeva dalla generosità del bosco e dalla fortuna della caccia: un giorno abbondanza, il giorno dopo nulla. Ma anche in mezzo a questa precarietà, nella mente degli uomini si accendeva una scintilla: l’immagine di un domani diverso, più stabile, più ricco. Quella scintilla non era ancora conoscenza, ma illusione — la capacità di vedere con il cuore ciò che gli occhi non potevano ancora vedere.
Un giorno qualcuno osservò che da un frutto caduto a terra era nata una piccola pianta. Non capiva ancora come fosse accaduto, ma quell’immagine accese un sogno: e se fosse possibile farlo accadere di nuovo? Non c’erano prove, solo un’idea che brillava nella mente: “un campo pieno di frutti, raccolti senza dover inseguire prede o vagare per giorni”.
Quell’illusione li spinse a fare qualcosa di nuovo e difficile: conservare i semi invece di mangiarli. Li piantarono nella terra, li curarono, attesero. Non era facile: molti semi non germogliarono, altri marcirono, altri ancora morirono sotto la pioggia. Ma ogni volta, l’immagine di quel campo rigoglioso tornava a dare forza. Era più potente della paura e più tenace della fame.
L’illusione li fece insistere, tentare, sbagliare e riprovare ancora. E col tempo, grazie a questa spinta invisibile, impararono a coltivare la terra. Così nacquero i primi villaggi e gli uomini non dovettero più inseguire il cibo: potevano farlo crescere.
Se avessero guardato solo alla realtà nuda: semi che scompaiono, tempo sprecato, fame… non avrebbero mai avuto il coraggio di cambiare. Ma l’illusione gli fece vedere ciò che ancora non esisteva come se fosse già possibile. Ed è così che una sensazione, non una certezza, trasformò la storia dell’umanità.
L’illusione è stata un motore silenzioso dell’evoluzione: ha permesso all’uomo di sognare campi prima ancora che esistessero, villaggi prima ancora che fossero costruiti, possibilità prima ancora che fossero reali.
Approfondiamo
Il termine “illusione” deriva dal latino “illusio – illudere”, che vuol dire “deridere, farsi beffe”, e deriva a suA volta da “ludere”, che vuol dire “giocare”, a cui si aggiunge la preposizione “in-”, che indica “far entrare in gioco”.
È interessante notare come, fin dalla sua origine, l’illusione non sia solo un concetto legato all’inganno ma porti con sé un’idea di gioco, di movimento, di possibilità che si apre. Nel suo senso originario l’illusione è qualcosa che gioca con la nostra percezione, con la nostra mente, inducendoci a prendere per vero ciò che vero non è… almeno non ancora.
Con il tempo, in italiano, il termine ha assunto via via significati diversi: da “beffa” e “inganno” è passato a rappresentare anche la speranza vana, l’attesa di qualcosa che non si realizzerà, pur conservando in certe sfumature un’eco positiva, quasi poetica, di immaginazione e desiderio.
In spagnolo, invece, la parola “ilusión” ha conservato più chiaramente questo lato luminoso: indica entusiasmo, aspettativa positiva, fiducia nel futuro. “Tengo mucha ilusión por verte” significa letteralmente “Non vedo l’ora di vederti”. Qui l’illusione non è inganno, è una sensazione gioiosa, una speranza viva.
L’inglese, al contrario, ha mantenuto soprattutto la radice più antica e più dura: “illusion” significa falsa percezione, inganno dei sensi, trucco della mente. Se vogliamo parlare in inglese dell’illusione come speranza vana, dobbiamo dire “false hope” o “wishful thinking”.
Queste differenze linguistiche raccontano molto: mostrano che l’illusione non è un’emozione rigida, ma un paesaggio mutevole, con zone di luce e ombra.
L’illusione è ciò che accade quando desiderio e immaginazione si intrecciano e costruiscono dentro di noi una realtà che ancora non esiste ma che sentiamo già possibile. Non è semplice fantasia, perché la fantasia rimane consapevole della sua distanza dalla realtà. E non è nemmeno speranza pura, perché la speranza sa di non avere garanzie. L’illusione è un passo oltre: è quel momento in cui il futuro che desideriamo ci appare come già a portata di mano, già quasi reale, già dentro di noi. E questo è il suo potere seducente: ci riempie di entusiasmo, ci fa sentire vivi, capaci, vicini ai nostri sogni.
È carburante emotivo. Ci spinge a tentare, a rischiare, a esplorare strade nuove che, senza quell’illusione, non avremmo avuto il coraggio di percorrere.
Senza l’illusione, probabilmente, l’umanità avrebbe inventato e scoperto molto meno. Gli uomini si sono illusi di poter volare ben prima che la tecnologia lo rendesse possibile. Si sono illusi di poter navigare oceani sconosciuti, di poter curare malattie incurabili, di poter trasformare semi in campi fertili. E spesso, quella che era nata come illusione, è diventata realtà.
Non sempre, però, l’illusione aiuta. Perché la sua forza ha un prezzo: poggia su interpretazioni, su aspettative, su narrazioni interiori che non sempre trovano riscontro. Quando la realtà si mostra diversa, quando i sogni non si realizzano, arriva la disillusione, e il dolore può essere intenso. L’illusione può rendere ciechi, farci ignorare segnali, farci agire senza preparazione, convincerci che qualcosa sia già nostro solo perché l’abbiamo desiderato abbastanza.
È un’emozione ambivalente, potente e pericolosa allo stesso tempo: ci spinge avanti, ma può anche lasciarci feriti. È un’emozione di soglia, sospesa tra ciò che è reale e ciò che non lo è ancora. Vive in quello spazio intermedio dove il possibile e l’impossibile si toccano per un istante. Può essere dono e trappola.
La sua natura seducente è simile a quella che prova un bambino che aspetta una sorpresa: nella sua mente ha già immaginato il regalo che desidera, e questa immagine è così viva da farlo sentire felice ancora prima di aprirlo. Questa felicità è illusione, e non è meno vera per questo. Se il regalo non corrisponderà al sogno, arriverà la delusione; ma nel frattempo, quella sensazione lo ha fatto vivere un’emozione intensa. Illudersi è credere così tanto in un sogno da sentirlo già reale. È una spinta potente, ed è per questo che può diventare motore d’azione.
A volte l’illusione ci porta a sopravvalutare, a valutare in modo troppo ottimistico situazioni, persone o possibilità. Ma altre volte, proprio quell’illusione ci fa compiere azioni, fare tentativi, prendere strade che non avevamo immaginato e, per una combinazione di errori e scoperte, ci porta a risultati reali. Molte innovazioni e svolte storiche nascono così: da un’illusione iniziale. Ecco perché, evolutivamente, l’illusione è stata così preziosa.
Quando i primi esseri umani decisero di piantare semi invece di mangiarli, non avevano certezze. Era l’illusione di un raccolto futuro che li spinse a provare, a sbagliare, a imparare. Se avessero guardato solo ai fatti, non avrebbero mai iniziato. È stato quel vedere qualcosa che ancora non c’era a cambiare la storia.
Questa spinta non riguarda solo il passato: continua a muovere ogni giorno i nostri comportamenti. Quando ci illudiamo di poter vincere una gara, anche se non siamo sicuri di farcela, studiamo e ci impegniamo. Quando ci illudiamo che un’idea possa funzionare, ci buttiamo e costruiamo qualcosa di nuovo. Quando ci illudiamo che qualcuno possa amarci, ci apriamo e rischiamo, e a volte proprio così nasce un legame vero. Quando ci illudiamo di poter cambiare qualcosa di noi, iniziamo una strada che ci trasforma, anche se non raggiungiamo esattamente ciò che avevamo immaginato.
L’illusione è una forza che ci muove, e persino quando non porta dove pensavamo, ci porta comunque da qualche parte. Ma non dobbiamo dimenticare la sua fragilità. Nove volte su dieci, l’illusione si infrange contro la realtà, e questo può far male. Ma quella volta su dieci può bastare per cambiare una vita intera. E anche quando non va come sperato, il percorso fatto grazie all’illusione ci rende più preparati, più forti, più vivi.
La ricerca scientifica lo mostra bene: l’illusione alimenta l’ottimismo e l’ottimismo alimenta l’azione. Gli ottimisti si illudono più spesso dei pessimisti, ma proprio per questo agiscono di più e, anche se falliscono spesso, sono quelli che alla fine riescono più facilmente. Chi non si illude mai, chi resta solo nel recinto della realtà nuda, si muove meno.
L’illusione non garantisce il successo, ma è quasi sempre ciò che lo rende possibile. E questo perché è profondamente umana: nasce dal desiderio, dall’immaginazione e dal bisogno di dare forma al futuro. È emozione di confine, fragile e potente, capace di ferire e di salvare. È quella scintilla che fa partire un viaggio, anche quando la strada non esiste ancora.
Non illudetevi, gli articoli non sono ancora finiti. Ci troviamo la prossima settimana con una nuova emozione. ^_^
Un saluto e al prossimo articolo!


