L’emozione di questa settimana è Perdizione.
Mi sto sentendo così distante da me stesso da non riconoscermi più e questo crea un vuoto dentro che provo a colmare con eccessi e piaceri immediati.
Cosa ci spinge a fare?
La perdizione è uno scivolare sempre più giù che ci spinge a cercare appigli fuori perché dentro non li troviamo più. Sono rimasti chiusi nella nostra “casa interiore” in cui non riusciamo più ad entrare. Questa ricerca può farci rinascere, se troviamo una nuova “casa interiore” in cui “possiamo entrare”. Oppure farci deviare nella “strada della perdizione”, se ci affidiamo a tentazioni e scorciatoie che danno sollievo immediato ma ci allontanano ancora di più da noi stessi.
La storia di Jari
Jari aveva trent’anni e viveva di immagini: loghi, copertine, interfacce, campagne. Da freelance, ogni giorno era un foglio bianco da riempire. Per anni gli era venuto naturale: sentiva qualcosa prendere forma dentro di sé e, passo dopo passo, lo trasformava in un progetto.
Poi, un giorno, le idee iniziarono a non arrivare più nello stesso modo. Non fu un crollo improvviso, ma una dissolvenza. Le intuizioni comparivano e subito scappavano, le scelte sembravano tutte uguali. Apriva un file nuovo, guardava lo schermo e, dopo mezz’ora, si ritrovava a fissare il cursore che lampeggiava. Ogni progetto restava incompiuto, come se qualcuno gli avesse tolto l’accesso a quella stanza interna da cui, un tempo, pescava ispirazione.
Da fuori sembrava tutto normale. Rispondeva alle mail, faceva preventivi, presentava comunque i lavori. Ma non erano più “suoi”: non sentiva che avessero la sua anima. Dentro, invece, c’era un vuoto continuo. Un vuoto che chiedeva di essere riempito.
Accadde un venerdì sera. Conobbe un gruppo in un bar: gente che sembrava vivere come se non ci fosse un domani. Alcol, sostanze, sfide stupide a metà tra gioco e roulette russa con la vita. Jari partecipava senza essere davvero lì, come se guardasse il proprio corpo dall’esterno. Eppure quell’intensità aveva un potere: per qualche ora copriva il vuoto.
All’inizio gli sembrò che funzionasse. Quando era con loro non pensava, non sentiva quel silenzio interno, non doveva affrontare la sensazione di essere “spento”. Il problema è che quell’effetto durava poco. E presto iniziò a perdere il controllo anche sulle cose quotidiane: rimandava consegne, saltava call, apriva file e li lasciava a metà. I clienti cominciarono a scrivergli messaggi nervosi, alcuni sparirono direttamente. Jari provò a reagire, ma era come se non avesse più forza. La perdizione, in quel periodo, lo ostacolava proprio così: lo teneva lontano da sé e lo spingeva verso soluzioni che lo peggioravano.
Una notte il gruppo propose l’ennesima “prova” pericolosa: salire su un tetto dalla scala antincendio e saltare su quello della casa accanto. Ridevano, si filmavano, si sentivano invincibili. Jari salì, si sporse per passare dall’altra parte e guardò giù. In quel momento non provò eccitazione, ma una paura fisica che gli strinse lo stomaco. Capì che stava andando troppo oltre. Scese senza dire nulla e se ne andò.
Camminò a lungo. Non voleva tornare a casa, ma non sapeva dove andare. A un certo punto vide un piccolo centro culturale aperto. Un cartello diceva: “Incontro aperto. Per chi si sente bloccato o perso.” Entrò più per stanchezza che per convinzione.
Dentro c’erano poche persone sedute in cerchio. Una donna anziana gli fece spazio senza chiedere spiegazioni. Quando arrivò il suo turno, Jari disse: «Non so più chi sono. Sto cercando ovunque un appiglio, ma finisco per perdermi di più.»
La donna rispose con semplicità: «Non provare a risolvere tutto. Fai solo un passo che oggi non ti faccia stare peggio. Uno.»
Quelle parole non gli cambiarono la vita all’istante, ma gli diedero una direzione. Decise di seguire il consiglio, un passo alla volta un giorno dopo l’altro. Imparò a concentrarsi su una cosa alla volta. Non “sistemare tutto”, ma “reggere oggi”.
Dopo qualche mese ricominciò a lavorare sul serio. Non tornò a essere “quello di una volta”, perché non sarebbe stato possibile. Era diventato un nuovo Jari: più stabile, più lucido, più capace di riconoscere i propri limiti. I suoi progetti recuperarono un’anima, ma diversa: più matura. Quella di un uomo che “ne aveva viste tante”… e le aveva superate!
Unendo i puntini, capì che la perdizione non era stata solo una caduta nel vuoto. Aveva fatto crollare ciò che non reggeva più, per lasciargli spazio di ricostruire con basi migliori.
Non tornò indietro.
Andò avanti.
E questa volta, sapendo chi era.
L’utilità evolutiva della perdizione
Molto tempo fa, quando le stagioni decidevano chi viveva e chi moriva e la fame era un animale che tornava sempre, la tribù non aveva tempo per spiegare i pensieri: leggeva i segnali del corpo. Se uno era centrato, aveva una certa postura e ritmo; se uno era perduto, lo vedevi da come mangiava, da dove dormiva, da quanto rischiava. Kora era giovane e forte, e per molte lune fu utile come una selce affilata: cacciava, trasportava, difendeva.
Poi iniziò a consumarsi senza che nessuno potesse indicare “perché”, perché in quel mondo non serviva un perché, serviva accorgersi in tempo. Kora cominciò a sprecare: non conservava più il fiato, non conservava più la prudenza, non conservava più il cibo. Prendeva quello che trovava e lo divorava subito, come se domani non esistesse, e se qualcuno cercava di fermarlo, lui ringhiava come un cane che difende l’osso. Cercava continuamente l’istante che brucia: la corsa inutile, la lotta per gioco che diventa ferita, il salto vicino al dirupo solo per sentire il sangue cantare, l’allontanarsi dal fuoco nella notte per provare a sfidare il buio.
Era la via della perdizione, ma non come peccato: come “andare oltre”, come dare via se stessi fino quasi a sparire. In natura, un giovane così dura poco: si stanca troppo, si ferisce, sbaglia un passo, e la foresta lo prende. E quando la foresta prende un giovane, non prende solo lui: prende braccia, prende caccia, prende difesa, prende futuro. Per questo la perdizione, in quel tempo, non era un dramma privato: era un segnale di sopravvivenza, una cosa che scattava e si vedeva, e che obbligava il gruppo a reagire.
Quando Kora iniziò a “consumarsi” in quel modo, gli altri capirono subito che non era più affidabile lasciare a lui decisioni libere, perché un uomo che vive solo di adesso trascina il clan nel rischio. Così fecero ciò che fa un branco quando un membro impazzisce o si indebolisce: lo circondarono. Non con parole, con corpi. Lo tenevano nel mezzo durante gli spostamenti. Gli davano compiti semplici e ripetitivi: portare legna, battere pietre, sorvegliare i piccoli sotto gli occhi degli anziani.
Quando voleva correre da solo, uno gli tagliava la strada. Quando voleva buttarsi in una sfida stupida, due gli prendevano le braccia. Quando voleva divorare tutto, una donna più anziana gli spingeva una porzione in mano e lo costringeva a mangiare piano, come si fa con chi ha la febbre e non ragiona. Era controllo, sì, ma era anche cura: perché il clan non poteva permettersi di perdere un corpo forte, e non poteva permettersi che quel corpo forte diventasse un buco nel muro della sicurezza.
Col passare delle lune, Kora ricominciò a rientrare nel ritmo non perché “capì”, ma perché il ritmo lo rimise a posto: sonno vicino al fuoco, cibo diviso, caccia con regole, attesa, turni, limiti. E un giorno, mentre un predatore girava vicino al campo, Kora fu il primo a sentirlo e il primo a lanciare un sasso nella direzione giusta, facendo rumore per allontanarlo; non fu eroismo, fu ritorno della lucidità, e il clan capì che la corda non si era spezzata del tutto.
Così la specie imparò una legge antica: quando uno si perde e comincia a sprecare se stesso “oltre”, il suo comportamento diventa un segnale così vistoso da richiamare il gruppo, e il gruppo, intervenendo, salva lui e salva tutti.
La perdizione, in quel mondo, serviva proprio a questo: a far vedere subito che un membro stava andando verso la rovina, prima che la rovina diventasse morte, e a costringere la tribù a stringersi, correggere, proteggere. Perché una tribù che non protegge i suoi perduti si assottiglia, e una tribù che si assottiglia non lascia figli, non lascia storie, non lascia continuità.
In mezzo al gelo, ai denti e alla fame, la perdizione era l’allarme che diceva: “Questo uomo sta andando via.” E la risposta del clan, per continuare a esistere, era sempre la stessa: “No. Resti qui. Dentro il cerchio.”
Approfondiamo
Il termine “Perdizione” deriva dal latino “perditio”, formato dal verbo “perdere”, che nel latino antico era “per-dare”, con il prefisso “per-” aveva un valore intensivo e significava quindi “dare via”, “attraverso e oltre”, fino al punto in cui qualcosa non torna più indietro, fino all’annullamento.
Quindi rappresenta la perdita di qualcosa perché si è arrivati a consumarla fino a rovinarla, a distruggerla, a sprecarla, a gettare via ciò che aveva valore. Perdi il suo valore, la sua integrità, la sua possibilità di essere recuperato.
In spagnolo “Perdizione” si dice “perdición” ed ha un’etimologia analoga alla parola italiana, perché discende dallo stesso nucleo latino. È un termine molto vicino all’italiano e conserva lo stesso significato di rovina, smarrimento profondo o condizione di essere perduti interiormente.
In inglese “Perdizione” si dice “perdition” e anche in questo caso l’etimologia è affine: il termine arriva nel Medio Inglese passando dall’antico francese perdicion e risale al latino tardo perditionem (da perditio). Proprio per questo, perdition evoca l’idea di essere “perduti in modo radicale”, spesso con il senso di “lost beyond return”, cioè perduti in modo profondo e quasi irreversibile, con un tono esistenziale di rovina interiore.
Nella storia della lingua, questo termine è passato presto da un significato materiale (“distruzione”, “rovina completa”) a uno interiore: nel Medioevo, infatti, “perdizione” indicava la dannazione spirituale, la condizione di chi è così lontano da sé stesso, o da Dio (secondo la visione teologica), da non riuscire più a tornare indietro. Da qui derivano anche i sensi morali: vita dissoluta, depravazione, perdita della propria integrità.
Se la guardiamo con gli occhi di oggi, senza l’idea religiosa della “dannazione”, la perdizione non è un giudizio morale e non è nemmeno un semplice momento di tristezza: è una condizione più precisa, la sensazione di essere lontani da sé stessi.
È quando ti senti così distante da te che inizi a non riconoscerti più, come se non riuscissi più ad accedere a quella parte interna che di solito ti dà significato, direzione e speranza.
È come se la tua casa interiore, il luogo in cui prima “ti riconoscevi”, ti sentivi presente, integro, centrato, non fosse più raggiungibile. Non perché sia crollata, ma perché la sua porta è svanita. E tu resti fuori: senza ingresso, senza chiave, senza orientamento.
Come se fossi stato espulso dalla tua stessa identità. È un’esperienza di annullamento, una dissoluzione silenziosa. La parte interna che dava senso e appagamenti alla tua vita, il tuo rifugio, non è più raggiungibile. E allora si cercano rifugi altrove…
Nasce quando, per troppo tempo, una persona vive dentro ruoli, aspettative e modelli di successo che non le appartengono davvero: schemi efficaci per ottenere approvazione dalla società, ma inadatti a esprimere veramente sé stessi.
Da fuori può sembrare che tutto funzioni: una vita ordinata, efficiente, ben costruita, con doveri rispettati e obiettivi perseguiti. Ma dentro non si è mai veramente appagati, perché a forza di “funzionare” per gli altri si smette lentamente di realizzare pienamente se stessi.
Ci si misura con regole che non parlano della propria identità, ma solo di ciò che “si dovrebbe essere”. E più ci si sforza di restare dentro quel modello, più cresce una distanza silenziosa dalla propria verità.
È lì che nasce il malessere tipico della perdizione: non tanto il dolore in sé, quanto la perdita del contatto con la propria “casa interiore”.
Da qui può iniziare la caduta, uno scivolamento che sembra portarti via da te stesso: non trovi terreno sotto i piedi e qualcosa manca, anche se non sai dire cosa. Per fermare quel vuoto, quando non si hanno più appigli interiori, si cerca un appiglio all’esterno: piaceri immediati, stimoli intensi, distrazioni, sfoghi momentanei. È ciò che potremmo chiamare il “demone della perdizione” (ciò che la cultura ha chiamato “vizi”, “dissolutezza”, “sbandamento”): non un mostro tentatore, ma la mente che, rimasta senza sostegno interno, si aggrappa a sensazioni esterne intense anche se fanno male, perché in quel momento perfino il dolore può sembrare meglio del vuoto.
Così compaiono comportamenti che dall’esterno sembrano incomprensibili: eccessi, trasgressioni, sfide estreme, giochi pericolosi, prove che flirtano con la morte, azioni impulsive e autodistruttive, l’inseguimento del proibito come unica fonte di intensità emotiva. Non perché promettano un futuro migliore, ma perché promettono, anche solo per un attimo, la sospensione del dolore.
Se non riesci a ritrovarti, puoi finire a cercarti in posti sbagliati. Eppure, proprio perché la perdizione è un confine estremo, porta dentro di sé anche un preludio, perché è spesso il punto più buio prima di un cambiamento profondo.
Infatti la perdizione non è solo una discesa nel vuoto, è anche un segnale che arriva quando il sistema psichico è saturo e deve proteggersi. E allora è come se la mente “spegnesse le luci” per evitare un sovraccarico ancora più grande. E questa specie di spegnimento viene vissuto come annientamento, distanza da sé, perdita di futuro.
Quando una persona attraversa questa fase, lì per lì sente solo che tutto sta crollando e che nulla ha più senso. Ma col tempo, guardandosi indietro, può accorgersi che quel crollo è stato anche un modo per liberare spazio e rimettere insieme le cose in modo diverso. È come se la versione di sé di prima non riuscisse più a reggere tutto quello che stava succedendo, e una versione più vera e più autentica fosse in attesa di emergere.
Perché quando non resta più nulla a cui aggrapparsi, diventa finalmente possibile ricostruire da zero. E in quel momento, anche se non la si vede ancora, la porta non è realmente svanita, è solo invisibile. Prima o poi torna a comparire attraverso qualcosa di piccolo e concreto: una parola gentile, un gesto vero, un tempo di quiete, un incontro che non ti chiede di fingere. E la perdizione smette di essere solo una caduta, diventando un messaggio durissimo ma onesto: la strada che stai facendo non parla più di te. Fermati. Perché da qui può iniziare il ritorno.
Ci troviamo la prossima settimana con una nuova emozione… se non mi distraggo troppo con i “piaceri della vita”! ^_^
Un saluto e al prossimo articolo!


