L’emozione di questa settimana è Ambivalenza.
Sto sentendo emozioni opposte convivere in me: mi creano disagio ma mi costringono a fermarmi e a ragionare da più punti di vista.
Cosa ci spinge a fare?
L’ambivalenza, pur essendo un’emozione scomoda, è utile perché ci obbliga a non agire d’impulso, a fermarci un momento, a riflettere e valutare meglio la situazione prima di scegliere. Ci segnala che dentro di noi c’è una contraddizione da risolvere e, proprio grazie a questa tensione, ci spinge ad acquisire autocoscienza, a considerare più punti di vista, a tollerare l’incertezza e a prendere decisioni più sagge.
Inoltre, vivere ambivalenza rende più creativi, adattabili e profondi, perché ci educa a non semplificare la realtà in un sì o in un no, ma a integrare le diverse sfumature.
La storia di Marco
Marco aveva trent’anni e lavorava da qualche anno nello stesso ufficio, un posto tranquillo, sicuro, ma monotono. Una sera ricevette una mail inaspettata: un’azienda di un’altra città, più grande e prestigiosa, lo invitava a un colloquio. Lesse e rilesse quelle righe decine di volte. Una parte di lui si sentiva invasa da entusiasmo: finalmente l’occasione di fare un salto, di dimostrare quanto valeva davvero. Già immaginava l’orgoglio negli occhi dei genitori e il sollievo di poter uscire dalla routine. Ma subito emerse l’altra faccia: la paura di lasciare la sicurezza, la vergogna di un eventuale fallimento, la tristezza di dover salutare amici e affetti. Restò bloccato. Ogni volta che prendeva in mano il telefono per rispondere, sentiva due forze contrarie tirarlo in direzioni opposte. Giorni di indecisione si accumularono, finché la mail scivolò nel dimenticatoio. Quando si accorse che aveva perso l’occasione, provò solo amarezza. L’ambivalenza, quella volta, lo aveva paralizzato.
Qualche mese dopo, Marco si ritrovò in un’altra situazione difficile. Era in metropolitana quando vide un uomo agitato che urlava contro una ragazza seduta poco più in là. Il cuore di Marco accelerò: una parte di lui voleva intervenire subito, alzarsi e difendere la ragazza, l’altra parte temeva di peggiorare le cose, di prendersi un pugno o di attirare l’attenzione su di sé. Si sentiva tirato in due direzioni opposte: coraggio e paura, giustizia e prudenza. In quell’attimo sospeso, invece di scattare senza pensare o fingere di non vedere, l’ambivalenza lo costrinse a fermarsi un secondo, a osservare la scena. Notò che altri passeggeri lo stavano guardando, incerti quanto lui. Allora si alzò con calma, non di slancio ma con decisione ponderata, e con un cenno della mano fece segno a due persone accanto a lui di muoversi insieme. Non affrontò l’uomo da solo, ma con la forza del gruppo: parlarono, lo circondarono a distanza, e l’aggressore si quietò senza che nessuno si facesse male.
Tornando a casa, Marco capì che l’ambivalenza non lo aveva frenato, ma gli aveva dato lo spazio per scegliere la via migliore. Senza quella pausa avrebbe potuto buttarsi in modo impulsivo, rischiando uno scontro violento, oppure restare immobile e lasciare che tutto peggiorasse. Invece, ascoltando entrambe le voci, quella della paura e quella del coraggio, aveva trovato una terza via, più sicura e più efficace.
L’utilità evolutiva dell’ambivalenza
Immagina un piccolo gruppo di uomini primitivi che avanza nella foresta: sono stanchi, hanno lo stomaco vuoto, e all’improvviso vedono in lontananza un grande albero carico di frutti maturi. Il cuore si accende di desiderio, perché quei frutti potrebbero sfamare l’intera tribù, ma nello stesso istante nasce anche la paura: e se quei frutti fossero velenosi? E se, attratti dal loro profumo, avessero portato lì vicino un predatore?
La foresta era sempre piena di occhi nascosti: magari una pantera mimetizzata tra le foglie, un serpente arrotolato tra i rami, un branco di leoni nascosto dall’erba alta.
Dentro ciascuno di loro si accendevano emozioni opposte che tiravano in direzioni diverse: la curiosità che spingeva ad avvicinarsi e il timore che tratteneva, l’orgoglio di poter tornare alla tribù con il dono del cibo e la vergogna di rischiare di condurla verso un pericolo. Questa tensione interiore, che noi chiamiamo ambivalenza, era tutt’altro che un difetto: era un radar invisibile che li costringeva a fermarsi, ad annusare l’aria, a scrutare le ombre, a osservare il terreno alla ricerca di tracce fresche di artigli o di impronte.
Senza questa pausa avrebbero corso rischi enormi: se avessero seguito solo la curiosità si sarebbero gettati a testa bassa, trovandosi magari faccia a faccia con un predatore; se avessero dato ascolto solo alla paura sarebbero scappati via a mani vuote, rinunciando a una fonte preziosa di nutrimento.
Grazie all’ambivalenza imparavano invece a bilanciare coraggio e prudenza, a scegliere con più intelligenza. Era così anche negli incontri con altri esseri umani: uno sconosciuto poteva rivelarsi un alleato capace di rafforzare il gruppo oppure un nemico in cerca di conflitto, e l’ambivalenza insegnava a non fidarsi subito né a respingere subito, a concedersi tempo per osservare, per cogliere i segnali e decidere se rischiare un legame. Così nacquero gruppi più grandi, più solidi, capaci di difendersi e prosperare.
L’ambivalenza era come una bussola silenziosa che sussurrava: “C’è qualcosa di buono, ma potrebbe esserci anche un pericolo: fermati, guarda meglio, scegli con calma.” È stata questa capacità di tollerare due emozioni contrarie nello stesso momento, di resistere sia alla fretta sia alla fuga, che ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere, adattarsi e crescere fino a diventare gli esseri umani che siamo oggi.
Approfondiamo
Il termine “Ambivalenza” deriva dal latino “ambi” che vuol dire “entrambi” e “valentia” che vuol dire “forza”; letteralmente “forza in entrambe le direzioni”.
Quindi rappresenta ciò che accade quando, di fronte alla stessa persona o situazione, sentiamo contemporaneamente spinte opposte: non un passaggio rapido da un’emozione all’altra, ma la loro coesistenza nello stesso istante.
Tale coesistenza genera una tensione interiore che può creare disagio, ma allo stesso tempo ci offre una prospettiva più profonda e complessa, perché ci ricorda che la vita non è fatta solo di emozioni semplici e lineari.
Anche le traduzioni in inglese (ambivalence) e in spagnolo (ambivalencia) condividono la stessa radice etimologica.
L’ambivalenza emotiva non consiste nel passare da un’emozione all’altra, ma nel viverle contemporaneamente in relazione allo stesso oggetto, persona o evento. È come avere un piede in due staffe: non per indecisione, ma per sentire la forza di due cavalli che corrono in direzioni opposte. Puoi restarci per un momento, giusto il tempo di scegliere su quale cavallo salire, ma se esiti cadi a terra e perdi entrambi i cavalli.
L’ambivalenza, infatti, può diventare una risorsa se riusciamo a rimanere centrati e a trarne beneficio, oppure un ostacolo se ci lascia in balia delle emozioni senza riuscire a scegliere.
Alcuni esempi di ambivalenza?
- amare e odiare qualcuno nello stesso momento;
- sentirsi attratti e spaventati davanti a una nuova possibilità;
- desiderare di confidarsi e allo stesso tempo temere di essere giudicati;
- provare gioia per una promozione e insieme paura di non esserne all’altezza,
- vivere la felicità per la nascita di un figlio insieme alla paura di non riuscire ad affrontarne la responsabilità.
In tutti questi casi la mente fatica a ridurre l’esperienza a un semplice “sì” o “no”, perché la realtà raramente è solo bianca o nera.
L’ambivalenza ci ricorda che la vita raramente è fatta di bianco o nero. L’amore porta con sé paura di perdere; la crescita porta entusiasmo ma anche nostalgia; ogni scelta apre una strada e ne chiude un’altra. Accettare l’ambivalenza significa riconoscere questa doppiezza come parte naturale dell’essere umani, e persino come una fonte di profondità. È difficile da sopportare, ma è anche la chiave per capire davvero chi siamo e come viviamo le nostre relazioni.
L’ambivalenza nasce dall’incontro di spinte contrastanti. È un’esperienza di tensione interiore, un po’ come tirare una corda da due lati diversi: non si spezza, ma rimane tesa. Da un lato ci sentiamo attratti, dall’altro respinti; da un lato vorremmo avvicinarci, dall’altro allontanarci.
L’ambivalenza ci obbliga a rallentare, a sospendere la reazione immediata, a osservare meglio e a tollerare l’incertezza. È un meccanismo adattivo che protegge dall’agire impulsivo e che, pur generando disagio, favorisce scelte più ponderate.
Questa capacità di sostare nella contraddizione senza scioglierla subito è ciò che apre a decisioni più mature e spesso più creative: il malessere che proviamo segnala al cervello che c’è qualcosa da risolvere, e quella pausa diventa una sorta di ginnastica mentale che amplia le prospettive.
Questo stato può essere scomodo perché la mente umana ama la coerenza: preferiamo sapere con chiarezza se qualcosa ci piace o no, se qualcuno è amico o nemico. L’ambivalenza rompe questa linearità, ci costringe a stare in mezzo alla contraddizione. Ed è proprio qui che risiede il suo valore: non è un “difetto” emotivo, ma un segnale di complessità. Significa che la nostra psiche riconosce più sfaccettature della stessa realtà, che non semplifica subito ma prova a tenere insieme parti diverse.
I nostri atteggiamenti non sono lineari ma funzionano come una rete di nodi interconnessi. Il giudizio su un oggetto non dipende solo da quell’oggetto, ma da un insieme di esperienze, ricordi ed emozioni che si attivano insieme. Così, un dolce molto calorico può sembrare desiderabile se siamo affamati e poco attraente se siamo sazi: non perché cambiamo idea in modo definitivo, ma perché cambiano i contributi che la nostra rete emotiva attiva in quel momento.
L’ambivalenza è quindi una manifestazione della complessità della psiche e del contesto sociale. Un’esperienza comune e normale che può generare conflitti interiori ma anche favorire maggiore consapevolezza. Spesso nasce dal conflitto tra valori personali e valori collettivi, tra ciò che sentiamo giusto e ciò che le regole sociali ci chiedono.
Più questi valori sono profondi e radicati, più il vissuto ambivalente può essere intenso e difficile da gestire. Non sorprende, quindi, che nei momenti di cambiamento o nelle relazioni affettive l’ambivalenza si faccia più forte: oscilliamo tra il bisogno di vicinanza e il desiderio di autonomia, tra gratitudine e risentimento, tra gioia e malinconia.
In queste situazioni i nostri comportamenti possono diventare meno prevedibili, ma è proprio lì che si trova la ricchezza dell’esperienza.
Benché atteggiamento normalissimo, che sopraggiunge soprattutto quando si deve uscire dal proprio guscio e intraprendere grandi cambiamenti nella propria vita, l’ambivalenza è spesso considerata come un atteggiamento negativo, che fa sentire in colpa se non addirittura “sbagliati”.
Non è una cosa sbagliata: vuol dire che stai guardando la stessa cosa da più punti di vista.
Succede a tutti e non è qualcosa di sbagliato: significa che il cuore e la testa stanno guardando la stessa cosa da punti di vista diversi, e tu stai imparando a tenere insieme queste voci.
L’ambivalenza emotiva non è debolezza, né disorientamento. È spesso il segno che siamo presenti a noi stessi, che stiamo attraversando un passaggio importante, che qualcosa in noi si sta riorganizzando.
Imparare ad abitare l’ambivalenza significa sviluppare flessibilità, tolleranza verso noi stessi e gli altri, e la capacità di accettare che la vita non sia fatta di certezze assolute ma di sfumature. È forse proprio questa attitudine, nel corso dell’evoluzione, che ci ha permesso di sopravvivere come specie e crescere come individui: la possibilità di restare un attimo in sospeso, di valutare rischi e opportunità, di scegliere non solo con l’istinto ma anche con la consapevolezza, trasformando la contraddizione in occasione di crescita e la tensione in profondità.
Mi sento rilassato per aver pubblicato un nuovo articolo ma anche ansioso di sapere cosa ne pensate. *_^
Un saluto e al prossimo articolo!


