L’emozione di questa settimana è apatia.
Sto sentendo una mancanza di interesse ed una perdita di motivazione che mi lascia svuotato e senza voglia di fare.
COSA CI SPINGE A FARE?
L’apatia è uno stato d’animo in cui non ci interessa niente e non abbiamo voglia di fare nulla. É come un freno che ci spinge a rallentare o fermarci, spesso riducendo l’interesse per le attività e permettendoci di risparmiare energie in momenti di stanchezza o stress.
Ci sentiamo svuotati, senza energia, e anche le cose che di solito ci piacciono, come passatempi o relazioni con gli altri, perdono di significato. Le attività quotidiane e gli impegni sembrano inutili, e spesso cerchiamo di evitarli. È un limbo tra noia e depressione.
LA STORIA DI EDOARDO
Edoardo era un uomo che aveva sempre amato la musica. Da giovane, passava le giornate a suonare il pianoforte, componendo melodie che sembravano raccontare la sua anima. Ma la vita, con le sue sfide e responsabilità, lo aveva allontanato da quella passione. Ora, a quarant’anni, si trovava seduto davanti al pianoforte coperto di polvere, sentendosi svuotato, distante da se stesso e dal mondo. Non era triste, non era felice. Semplicemente non provava nulla. Quella sensazione, che lui non riusciva a definire, era l’apatia che lo teneva in una gabbia invisibile.
Tutto era iniziato qualche mese prima, quando aveva subito un duro fallimento sul lavoro. Aveva perso un importante progetto per il quale aveva dato anima e corpo. Dopo quel momento, ogni giorno sembrava identico al precedente. Il lavoro era diventato monotono, gli amici lontani, e persino le piccole gioie della vita, come una passeggiata nel parco o una cena con la famiglia, gli sembravano inutili.
Quelle passeggiate nel parco che di solito lo appassionavano, quel percorso familiare, pieno di piccoli dettagli che una volta catturavano la sua attenzione: il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, i colori del tramonto che dipingevano il cielo… Adesso non lo emozionano più. Qualcosa era cambiato. I suoi passi erano lenti, quasi trascinati, e tutto intorno sembrava sfocato, come se un velo grigio avesse coperto il mondo. Non c’era alcuna emozione, né gioia né tristezza, solo un vuoto che lo accompagnava. Un compagno silenzioso che si era insinuato nella sua vita, spegnendo l’entusiasmo e lasciandolo in una calma piatta, come una barca immobile su un lago senza vento.
Edoardo, che un tempo, era una persona piena di energia; ogni giorno un’avventura piena di hobbies, uscite con gli amici, e persino preparare una tazza di tè, lo facevano sorridere. Ora, quella persona si sente svuotata. La passione che animava i suoi gesti era sparita, sostituita da un senso di indifferenza. Gli amici lo chiamavano, ma lui non rispondeva. Il libro che aveva iniziato a leggere era rimasto aperto sulla stessa pagina da settimane. Anche il sole che filtrava dalla finestra non gli provocava nessuna emozione. Si sentiva come uno spettatore passivo della sua stessa vita.
Una sera, sua moglie gli chiese di suonare qualcosa al pianoforte, come faceva una volta. Lui scosse la testa, con un sorriso spento: “Non ha senso. Non ricordo nemmeno come si fa.” Quell’apatia gli aveva tolto la voglia di fare qualsiasi cosa, persino le attività che un tempo lo riempivano di vita. Fu così che si ritrovò a isolarsi sempre di più, intrappolato in un limbo grigio che lo paralizzava.
Ma l’apatia non era sempre stata un nemico per Edoardo. Qualche anno prima, durante un periodo particolarmente intenso, l’aveva salvato da una spirale di ansia e stress. Era il momento in cui stava lavorando a una grande performance musicale. Ogni dettaglio era cruciale, e lui si era gettato anima e corpo nel progetto, ignorando il sonno e il riposo. A un certo punto, si era trovato esausto, incapace di pensare con lucidità. I giorni erano diventati un susseguirsi di errori e tensioni crescenti. Un pomeriggio, mentre tentava di sistemare una melodia imperfetta, si era reso conto che non provava più nulla. Era come se il suo cervello avesse spento l’interruttore delle emozioni. Quella pausa forzata, che inizialmente aveva interpretato come un blocco insormontabile, gli aveva permesso di fermarsi, respirare e riprendere il controllo della situazione. Si era preso qualche giorno di pausa, lontano dal pianoforte e dagli spartiti, e quando era tornato, la mente era più lucida e pronta. Grazie a quella pausa apatica, aveva trovato la forza di completare il progetto con successo.
Ora, seduto davanti al pianoforte, Edoardo ricordava quel momento e si chiedeva se l’apatia potesse essere ancora una volta una guida. Si alzò, si guardò allo specchio e si promise di non combattere contro quel senso di vuoto, ma di ascoltarlo. Capì che forse, dietro quella sensazione di indifferenza, c’era un messaggio: rallentare, guardare dentro di sé e riscoprire ciò che davvero contava. Quella sera, non suonò il pianoforte, ma si sedette accanto a sua moglie e parlò. Raccontò tutto: la stanchezza, la mancanza di motivazione, il bisogno di ritrovarsi. Fu il primo passo per uscire dal suo limbo e riscoprire la passione che aveva nascosto sotto la polvere del tempo.
L’UTILITà EVOLUTIVA DELL’APATIA
In un tempo lontano, quando il cielo si tingeva di colori selvaggi al tramonto e la terra offriva rifugi improvvisati tra le rocce e gli alberi, un gruppo di uomini preistorici viveva in armonia con un mondo che era tanto generoso quanto spietato. Ogni giorno era una sfida. La caccia, la raccolta di cibo, il riparo dagli animali feroci e il freddo erano imprese che richiedevano tutta la loro energia e attenzione. Ma non sempre la forza e l’azione erano la risposta. C’era un’altra alleata nascosta, un’emozione silenziosa che, senza parole, li guidava verso la sopravvivenza: l’apatia.
Immagina questo gruppo che aveva appena trascorso una settimana a cacciare incessantemente. Avevano inseguito branchi di animali attraverso foreste fitte e terreni rocciosi, spingendosi oltre i confini della loro resistenza. Il bottino non era stato abbondante, e ora si trovavano in una valle apparentemente priva di risorse. La stanchezza si era impadronita di loro. Non c’era segnale di prede, né tracce di frutti o radici. L’istinto di sopravvivenza urlava loro di continuare a cercare, ma un’altra sensazione iniziava a farsi strada. Era un senso di immobilità, una voce silenziosa che sembrava dire: “Fermatevi. Riposate.” Non era paura né tristezza, ma una sorta di indifferenza verso il bisogno immediato di agire. L’apatia li spinse a posare le loro armi, a sedersi in cerchio intorno a un piccolo fuoco e a non fare nulla per un po’.
Quel momento di pausa sembrava inutile, quasi pericoloso. Ma invece di sprecare le loro ultime energie in un tentativo disperato di trovare cibo, conservarono le forze. Passarono due giorni così, nutrendosi solo di qualche riserva rimasta e bevendo l’acqua del torrente vicino. Poi, al terzo giorno, un suono lontano ruppe il silenzio: il richiamo di un animale. Il capogruppo si alzò e scrutò l’orizzonte. Lì, tra i cespugli, c’erano impronte fresche. Grazie al riposo forzato, erano ora abbastanza forti da seguire le tracce e affrontare una caccia che si rivelò fruttuosa. Tornarono al loro accampamento con una preda abbondante, grati per quel momento di inattività che li aveva preparati al successo.
Ma l’apatia non era solo un freno che li salvava dall’esaurimento. Era anche una guardiana nei momenti di pericolo. Un giorno, durante la stagione delle piogge, il gruppo era pronto a partire per esplorare nuove aree. Avevano raccolto gli strumenti, erano pronti a muoversi, ma il cielo minacciava tempesta. L’aria era carica di elettricità, e il vento portava con sé l’odore della pioggia. Qualcuno propose di aspettare, ma il desiderio di agire premeva su molti. Eppure, un senso di apatia si diffuse tra di loro. Non c’era entusiasmo nel partire, solo un vago desiderio di rimanere al sicuro sotto le rocce che li riparavano. Era come se l’apatia li legasse al terreno, trattenendoli da decisioni avventate.
Poco dopo, la tempesta esplose con tutta la sua violenza. Fulmini squarciarono il cielo, e la pioggia trasformò i sentieri in fiumi fangosi. Se avessero continuato, avrebbero rischiato di scivolare, di essere colpiti dai fulmini o di perdere l’orientamento. Restando fermi, invece, sopravvissero indenni. Quando il temporale si placò, trovarono tracce lasciate dagli animali in fuga, ancora fresche, e le seguirono per trovare un riparo migliore e cibo per i giorni successivi. L’apatia, ancora una volta, aveva giocato il suo ruolo. Non era inattività fine a sé stessa, ma una pausa che proteggeva e dava tempo alla natura di offrire una nuova occasione.
Così, in quel mondo primordiale, l’apatia era più di un’emozione passiva. Era una strategia silenziosa, una guida invisibile che insegnava agli uomini a fermarsi quando era necessario, a risparmiare le forze e a evitare rischi inutili. Non era debolezza, ma saggezza: un modo per ascoltare i limiti del proprio corpo e aspettare il momento giusto per agire. Grazie a questa capacità di rallentare e riflettere, gli uomini preistorici impararono non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare in un mondo dove ogni decisione poteva fare la differenza tra la vita e la morte. L’apatia, spesso fraintesa come una mancanza, era in realtà un dono nascosto che li aiutava a trovare l’equilibrio tra azione e attesa.
APPROFONDIAMO
Il termine “Apatia” deriva dal latino “apathìa” che a sua volta riprende il termine del greco antico “apâtheia” che significa “impassibilità” o “insensibilità”, ed è derivato da “páthos” che vuol dire “passione” con l’aggiunta del prefisso privativo ”a-”, quindi: “privo di passione”.
L’apatia, dunque, è l’assenza di quel fuoco interiore che ci spinge a vivere con intensità. È una sorta di calma piatta, una sensazione di distacco dal mondo, come se ogni colore fosse stato inghiottito da un velo grigio. Quando si è apatici, tutto appare monotono, privo di significato. Le cose che un tempo ti emozionavano ora sembrano irrilevanti, e persino le attività più semplici possono sembrare insormontabili.
L’apatia è come un viaggio silenzioso in cui tutto si ferma, un momento in cui la mente decide di mettere in pausa ogni emozione, ogni desiderio, ogni energia.
Immagina una persona piena di energia, coinvolta in mille attività, che ama esplorare, condividere e creare. Questa è una persona con “pathos”, una persona viva, vibrante, che si lascia guidare dalle emozioni. Ora immagina che quella stessa persona si spenga lentamente. Non si tratta di un cambiamento improvviso, ma di qualcosa che accade poco a poco: le cose che un tempo la appassionavano ora sembrano noiose, i progetti che la entusiasmavano sono accantonati, le relazioni si svuotano di significato. Questa è l’apatia, uno stato in cui tutto diventa piatto, privo di interesse, un limbo in cui ogni azione richiede uno sforzo immenso.
Quando una persona è apatica, smette di provare piacere nelle attività che normalmente le piacciono. Anche le emozioni sembrano assenti, come se fossero nascoste dietro una cortina. Non c’è rabbia, né gioia, né tristezza. Solo una calma apparente, un’assenza di movimento che può sembrare riposante, ma che, a lungo andare, diventa un peso. L’apatia si manifesta come un’interruzione della connessione con il mondo: si smette di reagire, di partecipare, di provare.
Quindi l’apatico è una persona senza passione che ha una vita piatta perché non ha voglia di fare nulla e non agisce; e questo stato di indolenza, insensibilità e indifferenza la lascia senza energia. È una persona a cui non interessa nulla di quanto accade (distacco emotivo). Indica la mancanza di interesse, emozione o motivazione verso le attività della vita. Quando una persona diventa apatica tende a perdere interesse per tutto, diventa impassibile a quello che le accade intorno. È una persona che ha una mancanza di interesse e perdita di motivazione per diversi aspetti della vita, dalle relazioni interpersonali agli interessi personali come hobbies o sport. Chi ne soffre spesso si sente svuotato, disinteressato alle attività quotidiane e tende a evitare responsabilità o impegni.
È come se le cose che di solito ci coinvolgono o ci fanno piacere non avessero più lo stesso significato, e ci si sente spenti e distaccati. È in limbo tra noia e depressione.
Questa emozione può arrivare in diversi momenti della vita e per molte ragioni. Spesso, l’apatia segue periodi di grande stress o difficoltà, come una delusione o un evento traumatico. È come se la mente e il corpo decidessero di proteggersi, spegnendo tutto per non rischiare di crollare sotto il peso delle emozioni.
È come quando il tuo corpo e la tua mente decidono di riposarsi e non hanno voglia di fare niente. Serve per farci rallentare e risparmiare energia, specialmente se ci sentiamo stanchi o abbiamo vissuto un momento difficile.
È come se la nostra mente ci dicesse: “Ora facciamo una pausa, così ci riprendiamo e poi torniamo più forti”. Questo riposo è importante per non esaurirci e per avere più energia quando ne abbiamo davvero bisogno.
In certi casi, l’apatia può essere un meccanismo di difesa utile, una pausa necessaria per recuperare energie e ritrovare equilibrio. Ma quando dura troppo a lungo, diventa un ostacolo. Le giornate sembrano tutte uguali, ogni attività appare faticosa, ogni impegno viene evitato. Si entra in un ciclo di indifferenza, dove persino i legami più cari sembrano lontani.
Pensa a una persona che, un tempo, trovava gioia nel praticare sport, leggere, cucinare o uscire con gli amici. Ora, invece, preferisce rimanere a casa, evitando ogni responsabilità. Non risponde ai messaggi, lascia accumulare le faccende quotidiane e non prova alcun interesse per ciò che accade intorno. Questo stato di apatia non riguarda solo le emozioni, ma si riflette anche sul corpo: ci si sente stanchi, svogliati, privi di energia. È come se ogni muscolo si rifiutasse di collaborare, ogni pensiero fosse troppo pesante da affrontare.
L’apatia non risparmia nessuno. Può colpire in qualsiasi momento, persino gli adolescenti. Per loro, spesso si manifesta come noia: una sensazione di vuoto in cui tutto sembra insignificante. A volte, deriva dalla difficoltà di lasciarsi alle spalle gli interessi dell’infanzia e di trovare nuovi stimoli. In altri casi, è una forma di ribellione silenziosa, un rifiuto di impegnarsi in qualcosa che non li rappresenta più. Anche gli adulti possono cadere in questo stato, magari dopo una perdita, un fallimento o una delusione, come un meccanismo per evitare di affrontare il dolore. L’apatia può insinuarsi nelle relazioni, nel lavoro, nei progetti personali, quando la mente decide di spegnere tutto per non crollare sotto il peso delle aspettative e lascia tutto in sospeso.
L’apatia è come un sistema di sicurezza che si attiva per preservare le risorse. Tuttavia, se questa pausa si prolunga, rischia di trasformarsi in un blocco che impedisce di andare avanti. È importante riconoscerla, accettarla e trovare il modo di superarla.
Immagina di avere un interruttore dentro di te. Quando è acceso, ti senti pieno di energia, pronto a fare qualsiasi cosa. Ma quando si spegne, tutto sembra faticoso, inutile. L’apatia è come un guasto a questo interruttore. Per riaccenderlo, servono piccoli gesti: rispondere a una chiamata, fare una passeggiata, dedicarsi a qualcosa di semplice ma gratificante. Non è facile, ma è possibile. L’importante è non lasciarsi sopraffare da questa sensazione, non accettarla come uno stato permanente.
Prendiamo l’esempio di un giovane che, dopo un periodo intenso di studi e lavoro, si ritrova incapace di fare qualsiasi cosa. Ogni mattina, si sveglia e guarda l’orologio, sapendo che ha degli impegni, ma non riesce a trovare la motivazione per alzarsi. Anche i messaggi degli amici gli sembrano inutili, e preferisce rimanere a letto, perso nei suoi pensieri. Inizialmente, questa pausa gli permette di riprendersi, ma con il passare dei giorni, si rende conto che sta perdendo il controllo della sua vita. L’apatia, che all’inizio lo proteggeva, ora lo tiene intrappolato.
Superare l’apatia richiede uno sforzo consapevole. È necessario riconoscerla, accettarla e poi agire per contrastarla. Può significare fare piccoli passi, come alzarsi dal letto e fare una passeggiata, anche se non si ha voglia. Può significare parlare con qualcuno, condividere i propri sentimenti e ricevere supporto. Può significare trovare una nuova passione, qualcosa che riaccenda quella scintilla che sembrava persa. L’apatia non è una condanna; è una fase, una pausa che, se affrontata con consapevolezza, può portare a una nuova comprensione di sé e delle proprie emozioni.
Immagina quella persona che, dopo settimane di apatia, decide di fare un piccolo gesto: aprire la finestra e lasciare entrare un po’ di aria fresca. È un atto semplice, ma è il primo passo verso il cambiamento. Pian piano, comincia a rispondere ai messaggi, a uscire di casa, a cercare qualcosa che le dia un senso di scopo.
L’apatia, che l’aveva tenuta ferma, diventa una lezione: le ricorda che non siamo macchine, che abbiamo bisogno di pause e di momenti di riflessione. E le insegna anche che, alla fine, dobbiamo trovare la forza di ripartire, di riscoprire la bellezza della vita, anche nelle piccole cose.
Anche per oggi abbiamo finito. Adesso puoi anche restare senza far nulla per tutta la settimana ma fra sette giorni, esci da qeullo stato di apatia e riscopri la piccola gioia di una nuova emozione. ^_^
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

