L’emozione di questa settimana è diffidenza.
Sono in stato di allerta perché questa situazione ambigua non mi sta dando abbastanza prove per fidarmi.
COSA CI SPINGE A FARE?
La diffidenza è un’emozione che si attiva quando qualcosa non ci convince del tutto. È come un campanello d’allarme che ci spinge a non fidarci subito, a fermarci, osservare, valutare i rischi, riflettere, agire con cautela e cercare conferme prima di decidere. Questo stato di allerta e prudenza ci permette di evitare errori o situazioni potenzialmente pericolose. Non è chiusura, ma attenzione e prudenza, utile per proteggersi e prendere decisioni più sicure.
LA STORIA DI DAVIDE
Davide era un giovane fotografo con la passione per i paesaggi urbani. Viveva in una città affollata, dove la frenesia e l’apparente indifferenza degli altri avevano lentamente costruito in lui un muro invisibile fatto di prudenza e sospetto. Aveva imparato a guardare il mondo attraverso l’obiettivo, mantenendo una certa distanza da tutto e da tutti.
La diffidenza era diventata la sua compagna silenziosa: non si fidava facilmente delle persone, evitava di chiedere aiuto e raramente accettava consigli, convinto che ognuno avesse un secondo fine. Un giorno ricevette un invito a partecipare a una mostra fotografica collettiva in un’importante galleria della città. Era un’occasione d’oro, ma Davide si trovò subito a dubitare. Chi erano gli altri partecipanti? Perché proprio lui? Non era che una trappola per sfruttare il suo talento e magari rubargli le idee? Decise di declinare l’invito. La sua diffidenza aveva parlato più forte dell’entusiasmo.
Nei giorni seguenti, però, vide il successo della mostra sui social: altri giovani fotografi erano stati lanciati nel mondo dell’arte, alcuni avevano ricevuto proposte di collaborazione, e uno era stato notato da un’importante rivista. Davide si sentì morso dal rimpianto. Aveva lasciato che la paura di essere ingannato gli chiudesse una porta preziosa. La diffidenza, in quel caso, lo aveva ostacolato, impedendogli di vivere un’opportunità che avrebbe potuto cambiare la sua carriera.
Qualche mese dopo, durante una delle sue passeggiate fotografiche, si trovò in un quartiere che non frequentava spesso. Mentre cercava l’inquadratura giusta per immortalare un murales colorato, si avvicinò a lui un uomo ben vestito, sorridente, che si presentò come curatore di una rivista di viaggio. Disse di essere interessato al suo lavoro e gli propose di seguirlo in redazione per parlare di un possibile servizio fotografico. Questa volta, però, la diffidenza di Davide si accese come una luce nel buio. Si ricordò di tutte le storie di truffe sentite in giro, di chi prometteva grandi cose per poi approfittarsene.
L’uomo era gentile, ma Davide non conosceva nulla di lui. Con un sorriso cortese, ringraziò per l’interesse ma disse che avrebbe preferito parlarne in un altro momento, in un luogo più neutro. Si prese il tempo di cercare informazioni, scoprì che effettivamente l’uomo lavorava per una rivista vera, ma che in passato era stato coinvolto in alcune polemiche legate a progetti mal gestiti. Grazie alla sua diffidenza, Davide evitò un potenziale problema e si mise in contatto direttamente con la redazione, proponendo i suoi scatti in modo professionale e sicuro.
Questa volta la diffidenza non fu un ostacolo, ma una guida che lo aiutò a proteggersi e a gestire meglio l’opportunità. Capì allora che la diffidenza, come ogni emozione, non era né buona né cattiva: dipendeva da come la si ascoltava. Poteva essere una catena che blocca o una cintura di sicurezza che protegge.
Da quel giorno, Davide imparò a riconoscere la voce della diffidenza e a chiederle consiglio, ma senza lasciarle il timone della sua vita. Continuò a fotografare il mondo, ma con occhi più aperti e un cuore capace di distinguere tra il rischio da evitare e l’opportunità da cogliere.
L’UTILITÀ EVOLUTIVA DELLA DIFFIDENZA
Tanto tempo fa, molto prima che le città venissero costruite e che le parole venissero scritte, c’erano uomini e donne che vivevano nella natura selvaggia, circondati da foreste misteriose, animali pericolosi e silenzi carichi di segreti. Era un mondo affascinante ma crudele, dove ogni scelta poteva significare vita o morte. In quel tempo antico, là dove le mappe non arrivavano, una delle emozioni più importanti che guidava gli esseri umani era la diffidenza. Non era un sentimento cattivo, anzi: era come una voce interiore, un istinto antico, un campanello invisibile che suonava ogni volta che qualcosa sembrava fuori posto.
In un piccolo gruppo di uomini preistorici che camminava nella foresta in cerca di un nuovo rifugio, quella voce si fece sentire con forza. Mentre attraversavano una radura, notarono un animale mai visto prima: aveva il corpo snello, una pelliccia chiazzata e uno sguardo fermo e silenzioso. Non emetteva versi minacciosi, ma si muoveva con cautela, come se stesse studiando il gruppo. Alcuni, affascinati dalla novità, si avvicinarono incuriositi, ma altri si fermarono, sentendo crescere dentro di sé un’inquietudine sottile. Quel tipo di animale poteva essere pericoloso. La diffidenza li spinse a osservare.
Rimasero nascosti tra gli alberi, seguendo ogni movimento della creatura. Notarono che altri animali la evitavano, che persino gli uccelli tacevano al suo passaggio. Quelli che si erano avvicinati, convinti che non ci fosse pericolo, furono richiamati indietro con gesti rapidi dai compagni più cauti. Solo più tardi, nel silenzio della sera, videro l’animale cacciare un cervo con velocità e precisione. Avevano fatto bene a non fidarsi subito.
Quella diffidenza iniziale li aveva protetti: se si fossero avvicinati troppo, avrebbero potuto essere attaccati. La diffidenza aveva salvato il gruppo. E non era solo con gli animali sconosciuti che si mostrava utile. Durante i loro spostamenti, accadde che incontrassero un altro gruppo di uomini. Erano estranei, mai visti prima, e portavano con sé oggetti sconosciuti, voci diverse, odori diversi. I due gruppi si guardarono a lungo senza parlare, con i corpi tesi, pronti a reagire al minimo segnale. La diffidenza impedì loro di lanciarsi in un incontro avventato che, in altre circostanze, avrebbe potuto trasformarsi in uno scontro mortale.
Solo dopo giorni di osservazione a distanza, di piccoli gesti di pace come lo scambio di cibo lasciato su una roccia, nacque un contatto. Lentamente, le due comunità si conobbero e si accorsero che potevano aiutarsi a vicenda. Senza quella diffidenza iniziale, si sarebbero potuti ferire inutilmente.
Anche all’interno del gruppo, la diffidenza aveva un ruolo importante. Non tutti erano sempre leali, e con le risorse scarse, fidarsi alla cieca poteva significare restare a mani vuote. Se qualcuno si comportava in modo strano, nascondeva cibo o evitava di partecipare alla caccia, gli altri imparavano a osservarlo, a capire se potevano davvero contare su di lui. Non era crudeltà, era sopravvivenza. Ogni decisione, ogni alleanza, ogni passo nella foresta richiedeva attenzione.
E la diffidenza era quella scintilla di prudenza che teneva in equilibrio la curiosità con la paura, la voglia di esplorare con la necessità di restare in vita. Se un nuovo sentiero si apriva tra gli alberi, non lo percorrevano senza prima valutare i segnali: impronte, rumori, odori.
In tutto questo, la diffidenza era come un saggio silenzioso seduto accanto a loro, pronto a dire “aspetta” quando l’entusiasmo rischiava di accecare. Grazie a essa, impararono a non fidarsi subito di ciò che non conoscevano, a proteggersi dalle minacce nascoste, a scegliere con intelligenza quando agire e quando attendere.
Era un’emozione che non chiudeva, ma rallentava, che non bloccava, ma guidava.
Se l’umanità è sopravvissuta fino a oggi, lo deve anche a quella sensazione di disagio che ci fa dire: “C’è qualcosa che non torna”. Quella sensazione ha evitato mille pericoli e ha permesso a uomini e donne di conoscere il mondo un passo alla volta, con cautela e saggezza. La diffidenza era, e resta, un alleato prezioso: un ponte tra la paura e la conoscenza, tra l’istinto e la scelta, tra il rischio e la sopravvivenza.
APPROFONDIAMO
Il termine “Diffidenza” deriva dal latino “diffidentĭa” composto dalla preposizione “dis-” che indica “separazione, negazione” e da “fides” che vuol dire “fede, fiducia”.
Quindi rappresenta la “mancanza di fede”, “mancanza di fiducia”. E si è poi evoluto a indicare un atteggiamento di cautela, sospetto, perplessità, scetticismo, pregiudizio… per timore di essere ingannato.
Questa emozione è particolarmente utile quando incontriamo situazioni che non ci convincono del tutto. Ad esempio quando ci troviamo in contesti nuovi o ambigui, dove il rischio di errore o inganno è maggiore.
La diffidenza può essere vista come un meccanismo protettivo, che aiuta a evitare inganni, pericoli o decisioni avventate, ma, se eccessiva, può diventare un ostacolo alle relazioni o alla crescita personale.
La diffidenza è come un velo sottile che si posa sugli occhi quando si guarda il mondo con timore, una lente che deforma la realtà e trasforma il volto di uno sconosciuto in quello di un potenziale nemico, il sorriso in un inganno, il gesto gentile in un trucco ben mascherato.
Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito quella voce che ci diceva: “Aspetta, forse non puoi fidarti”, e quella voce, se ascoltata con misura, può essere una guida saggia, una sentinella che ci protegge dai pericoli. Nei tempi antichi, quando gli esseri umani vivevano nella natura selvaggia, la diffidenza era un istinto salvavita: meglio sospettare di un estraneo che rischiare un’aggressione, meglio evitare un frutto sconosciuto che intossicarsi.
Ma nel tempo, questo istinto si è trasformato, si è annidato nei pensieri, si è fatto opinione, giudizio, preconcetto. E così, mentre da un lato continua a proteggerci, dall’altro può diventare una prigione invisibile.
Immagina una persona che cammina per strada con lo sguardo basso, evitando lo sguardo degli altri, convinta che chiunque potrebbe ferirla o approfittarsi di lei. Ogni gesto viene analizzato, ogni parola passata al setaccio del sospetto, ogni intenzione nascosta dietro una maschera. Questa persona ha forse conosciuto il tradimento, la delusione, il dolore, e ha costruito intorno a sé un castello con mura altissime. Ma i castelli non sono case accoglienti: proteggono, è vero, ma isolano.
La diffidenza può cominciare con un semplice dubbio, con un’esitazione davanti a un’offerta generosa, con il pensiero “troppo bello per essere vero”. E da lì cresce, si alimenta delle paure passate, delle esperienze negative, delle storie che ci raccontano gli altri. Diventa una compagna silenziosa che ci accompagna in ogni relazione, che ci fa controllare i messaggi, dubitare delle parole, cercare secondi fini in ogni attenzione.
Eppure, se guardiamo indietro, troveremo anche tante storie di persone che ci hanno stupito, che hanno meritato la nostra fiducia, che ci hanno teso la mano quando meno ce lo aspettavamo.
La diffidenza è ambivalente: è prudenza, ma può essere anche zavorra.
Ci aiuta a valutare, ma può impedirci di sperimentare. Come ogni emozione, ha senso solo se vissuta con equilibrio. Se ascoltata troppo poco, rischiamo di cadere nella trappola dell’ingenuità; se ascoltata troppo, rischiamo di non vivere affatto.
Le neuroscienze ci dicono che fiducia e diffidenza abitano in luoghi diversi del cervello: la prima nella corteccia prefrontale, legata al pensiero riflessivo e all’empatia; la seconda nell’amigdala, il nostro centro delle emozioni primitive, legato alla paura.
Quando prevale la seconda, il cervello rilascia cortisolo, lo stesso ormone dello stress, riducendo la nostra capacità di pensare lucidamente. La diffidenza cronica ci rende ansiosi, rigidi, incapaci di vedere il buono nelle persone. E più ci chiudiamo, più il mondo ci appare ostile, perché tutto ci sembra confermare il nostro sospetto. Questo meccanismo è noto come bias di conferma: cerchiamo ciò che conferma le nostre paure, ignorando il resto.
La diffidenza allora diventa un circolo vizioso: sospettiamo, interpretiamo ogni cosa come prova, ci chiudiamo ancora di più. Ma non tutto è perduto. La diffidenza può essere trasformata. Non eliminata, perché ha una sua utilità, ma educata, modulata, resa uno strumento e non un padrone.
Significa imparare a distinguere tra un istinto protettivo e un pregiudizio radicato.
Significa dare tempo alle persone, osservare, ascoltare, ma anche avere il coraggio di lasciare che qualcuno si avvicini. Perché la verità è che nessuno ci darà mai garanzie assolute.
Amare, fidarsi, collaborare comportano sempre un margine di rischio. Ma è in quel margine che si trovano le esperienze più belle della vita. Il diffidente spesso non si rende conto della propria vulnerabilità, si mostra freddo, logico, analitico, ma dietro quel muro c’è un cuore che ha paura di essere ferito. Il bisogno di controllare tutto nasce dalla sensazione di non poter gestire il dolore. Ma imparare a tollerare l’incertezza, a convivere con l’imprevedibile, è la chiave per vivere in modo più sereno.
La diffidenza ci può impedire di ricevere, di conoscere, di farci conoscere. Ci priva di occasioni, ci allontana dagli altri, rende tutto più difficile. Ma se impariamo ad accoglierla come un campanello d’allarme e non come una sentenza, allora possiamo usarla per fermarci, riflettere, ma poi decidere con consapevolezza.
La vita non può essere vissuta in una fortezza. Ha bisogno di ponti, non solo di mura. E la fiducia, anche se fragile, è il primo mattone di ogni ponte. Ricordiamoci che ogni persona nuova non è il nostro passato che si ripete, ma un’opportunità per riscrivere il finale.
Fidarsi non significa essere ciechi, ma scegliere di vedere con occhi che vogliono comprendere. E forse, alla fine, la vera forza non è nel non fidarsi mai, ma nel trovare il coraggio di fidarsi ancora.
E parlando di fidarsi ancora… non diffidate perché la prossima settimana la nuova emozione ci sarà… come sempre ^_^!
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

