L’emozione di questa settimana è indifeso.
Mi sto sentendo vulnerabile ed esposto, incapace di reagire e affrontare la situazione perché mi sento senza protezione o supporto.
Cosa ci spinge a fare?
Sentirsi indifesi significa percepire di non avere protezione né supporto, né esterno né interno, lasciandosi vulnerabili alle difficoltà, ma questa condizione può spingere a prendere il comando della propria vita, trovare forza dentro di sé e vivere in armonia con la realtà.
La storia di Lorenzo
La prima volta che Lorenzo si sentì davvero indifeso aveva dodici anni. Era inverno, uno di quelli veri, con la neve che cadeva fitta e il cielo bianco latte. Quel pomeriggio, sua madre lo aveva mandato al supermercato a comprare il pane. Non era lontano, dieci minuti a piedi. Ma lungo la strada, un gruppo di ragazzi più grandi lo bloccò davanti al sottopassaggio.
Non dissero nulla di preciso, non lo picchiarono. Ma lo circondarono. Uno gli diede uno spintone sulla spalla, un altro gli sfilò il cappello. Rise, poi lo buttò nella neve. Le risate rimbombavano tra le pareti di cemento. Lorenzo restò immobile. Non gridò, non reagì. Sentì solo il cuore battergli forte e un gelo diverso da quello dell’aria che gli saliva lungo la schiena. Non poteva fare nulla. Era come se ogni opzione gli fosse stata sottratta: correre, parlare, opporsi. Il corpo bloccato, la mente svuotata. Indifeso.
Tornò a casa senza pane e senza cappello, con gli occhi lucidi e le mani nelle tasche. Non raccontò nulla. Il giorno dopo cambiò strada per andare a scuola. E anche nei mesi seguenti, quell’emozione rimase lì, come una lente distorta attraverso cui guardava il mondo. Iniziò ad evitare i luoghi affollati, stava zitto in classe, non alzava la mano nemmeno quando sapeva la risposta. Aveva imparato che quando non puoi controllare niente, la cosa migliore è non esserci. O, almeno, così pensava.
Anni dopo, Lorenzo aveva trentadue anni e un lavoro come infermiere in un reparto di oncologia pediatrica. Un lavoro duro, spesso ingiusto, dove la vita si mostrava fragile ogni giorno. Quel pomeriggio stava seguendo Marta, una bambina di nove anni, a cui stavano cambiando la terapia. La madre, giovane e distrutta, sedeva accanto al letto e cercava di trattenere le lacrime. Marta era pallida, con la pelle sottile come carta. Lo guardò con occhi fermi, senza chiedere nulla. Ma dentro quegli occhi Lorenzo riconobbe qualcosa. Quello sguardo che non chiede, non supplica, ma aspetta. E capì: anche lei si sentiva indifesa.
Ma, stavolta, lui non era più lo stesso.
Lorenzo si prese qualche secondo. Respirò. Poi si sedette accanto a Marta, le parlò della neve, del silenzio che fa quando cade, di come a volte sembri fermare il mondo. Le chiese se le piaceva l’inverno, e lei rispose sì, anche se lo diceva solo con un filo di voce. Il giorno dopo portò un piccolo pupazzo di stoffa con la sciarpa rossa. Lo chiamarono Nevino. Marta rise.
In quell’istante Lorenzo capì qualcosa che da bambino non poteva sapere: essere indifesi non significa essere deboli. A volte, quando accetti la tua impotenza, riesci a vedere meglio l’altro. E in quello spazio fragile, nudo, può nascere qualcosa di vero. Qualcosa che cura.
L’indifesa che un tempo l’aveva chiuso in se stesso ora gli permetteva di aprirsi. Non per cambiare il destino – non poteva – ma per esserci. Con tutto quello che c’è di umano in un silenzio condiviso, in un gesto semplice, in una presenza che non scappa.
Quel giorno, mentre usciva dall’ospedale, iniziò a nevicare. E Lorenzo si fermò un momento, a guardare il cielo. Non si sentiva forte, ma nemmeno spezzato. Si sentiva vivo.
L’utilità evolutiva del sentirsi indifesi
Molto tempo fa, prima che le case esistessero e che il fuoco avesse un focolare fisso, gli uomini vivevano in piccoli gruppi nomadi, spostandosi tra foreste e pianure alla ricerca di cibo e riparo. Uno di questi uomini si chiamava Kaor. Aveva le mani callose per le pietre scheggiate e il fiato corto ogni volta che inseguiva una preda. Ma quella mattina non c’erano animali da cacciare, solo il vento che soffiava tra gli alberi e il cielo cupo che annunciava una tempesta.
Kaor uscì per cercare radici e piccoli frutti nei pressi del torrente, ma mise male un piede su un sasso scivoloso e il dolore lo piegò. Si trovò a terra, la caviglia gonfia e il fiato che mancava. Intorno a lui, solo il fruscio dei rami e il rumore dell’acqua. In quell’istante sentì dentro qualcosa che non era paura né rabbia, ma qualcosa di più silenzioso e profondo: si sentiva indifeso. Non poteva più muoversi bene, non poteva tornare al rifugio da solo.
Per un attimo pensò di nascondersi, ma poi lanciò un richiamo, un verso corto e roco, che i suoi compagni avrebbero potuto riconoscere. Era un suono che parlava senza parole: “ho bisogno di voi”. Fu quel richiamo a salvarlo.
Due uomini del gruppo lo raggiunsero prima che il buio cadesse e i predatori uscissero. Uno gli fasciò il piede con foglie strette da fibre, l’altro lo sostenne fino alla grotta. Kaor non era inutile, non era un peso: aveva salvato altri in passato, aveva condiviso il fuoco, aveva vegliato sui bambini. Ora toccava a lui ricevere protezione. Quella sera, nel silenzio della grotta, mentre il dolore pulsava ancora, capì che la sua debolezza non lo aveva condannato, ma aveva rafforzato il legame con gli altri. Il sentirsi indifeso non lo aveva distrutto: lo aveva spinto a chiedere aiuto, e quell’aiuto gli aveva salvato la vita.
Nei giorni successivi, mentre Kaor guariva, osservava i piccoli del gruppo giocare. Uno di loro, troppo vicino al ciglio della roccia, inciampò e scoppiò in un pianto che fece voltare tutti. Non era solo il dolore: era la stessa emozione che aveva provato Kaor, quell’impulso che spingeva a dire “non posso farcela da solo”.
E proprio quel pianto attirò gli adulti, che corsero a prenderlo in braccio. Kaor sorrise: quel suono, così semplice, così umano, era uno dei segreti della sopravvivenza. Non la forza, non la velocità, ma la capacità di dire “ho bisogno di te” e di sapere che qualcuno avrebbe risposto.
E così, nel corso degli anni e delle generazioni, quel sentimento fragile e potente viaggiò da Kaor agli altri, e da loro a chi venne dopo. In ogni richiesta d’aiuto, in ogni sguardo rivolto al gruppo, quell’emozione continuò a insegnare agli esseri umani come restare vivi: restando uniti.
Approfondiamo
Il termine “indifensione” deriva dal latino “indefensus” con la particella privativa “in-” ed il termine “defensus” che vuol dire “difesa, protezione di qualcuno”
Quindi rappresenta la sensazione di non ricevere l’aiuto di cui si ha bisogno, di essere “senza difesa”, “senza protezione”.
Senza una “protezione attiva”, perché in latino “defendere” vuol dire “tener lontano, respingere”, composto da “de-” che indica “allontanamento” e “fendere” che vuol dire “colpire”.
Vediamo la differenza tra ‘difendere’ e ‘proteggere’.
Il proteggere indica l’azione del coprire, del frapporre un ostacolo fra ciò che offende e ciò che si protegge. Invece, il difendere descrive il deflettere attivamente i colpi. Quindi indica l’azione di respingere, di colpire per allontanare una minaccia. Non si trattava quindi solo di protezione nel senso di copertura, come quando si usa uno scudo, ma di una risposta attiva e diretta all’attacco. La difesa implica un confronto con ciò che minaccia.
- Posso proteggerti da un’aggressione facendo scudo con il mio corpo, ma se ti difendo da un’aggressione significa che fronteggio l’aggressore, che cerco di neutralizzare il suo attacco.
- Difendere un’idea significa esporla e argomentarla, non nasconderla. Difendere una persona da un’accusa non vuol dire isolarla e tagliar via gli articoli di giornale che ne parlano e far finta che l’accusa non esista, ma affrontarla, confutarla, sostenere la persona nel confronto con ciò che l’attacca.
A differenza del proteggere, che ha uno sguardo rivolto verso l’interno, verso ciò che si vuole custodire, il difendere implica uno sguardo rivolto all’esterno, verso la minaccia.
Chi protegge guarda verso chi o cosa vuole proteggere, mentre chi difende si concentra sulla minaccia, affrontandola direttamente. Chi difende è più simile a un alleato che a una figura materna protettiva. Perciò il difendere ha molto in comune col sostenere.
Possiamo quindi ampliare il “senza difesa”, “senza protezione”, “senza sostegno” ad indicare una situazione emotiva che ci rende non in grado di difenderci da soli, incapaci di reagire. È una condizione di estrema vulnerabilità, in cui la persona si percepisce esposta a una situazione e senza le risorse per affrontarla.
Può emergere in situazioni gravi come un lutto, una malattia o un abbandono, ma anche in momenti molto più ordinari, come una critica ricevuta, un rifiuto, un’esclusione, una scelta altrui che ci danneggia e che non possiamo modificare. È un’emozione che si accompagna a insicurezza, paura, a volte vergogna. Quando ci sentiamo indifesi, possiamo essere circondati da molte persone ma avere l’impressione che nessuno sia davvero al nostro fianco. È una sensazione di solitudine, ma non una solitudine esteriore: è una solitudine esistenziale.
Questa emozione ha una precisa funzione evolutiva. Nei primi anni di vita, l’essere umano è biologicamente indifeso: non sa nutrirsi da solo, non sa camminare, non sa fuggire dai pericoli. La sua sopravvivenza dipende interamente dagli altri, in particolare dai genitori o dai membri del gruppo. Il sentirsi indifeso attiva comportamenti, come il pianto o la richiesta di contatto, che permettono ai bambini di segnalare un bisogno, e al gruppo di rispondere. Anche negli adulti, provare e comunicare una condizione di vulnerabilità può suscitare empatia, solidarietà, intervento. Questa dinamica ha favorito la protezione, la cooperazione, lo sviluppo di legami sociali stabili e duraturi.
Non è sempre necessario “combattere” per risolvere una difficoltà: a volte, è proprio il riconoscimento della propria impotenza che apre la strada alla trasformazione. Il sentirci indifesi può insegnarci a chiedere, a fermarci, ad accettare. Ci ricorda che non sempre è possibile controllare tutto e che, in molti casi, ciò che serve è semplicemente esserci, per sé e per gli altri. In questo senso, sentirsi indifesi può essere anche un momento di consapevolezza, di ascolto del proprio limite, di attivazione di strategie diverse.
Anche le neuroscienze confermano che l’attivazione di stati emotivi legati alla vulnerabilità possono stimolare i circuiti dell’apprendimento, dell’attenzione e dell’interazione sociale. Quando sentiamo di non farcela da soli, il nostro cervello cerca soluzioni, cerca relazioni, attiva percorsi nuovi. Il sentirci indifesi e vulnerabili può quindi spingerci a crescere, ad adattarci, a cambiare. Ma è essenziale che questa emozione venga riconosciuta e accolta, e non negata o repressa.
Quando viene ignorata o combattuta in modo rigido, può sfociare in atteggiamenti distruttivi: aggressività, chiusura, vittimismo. Il pensiero vittimistico, ad esempio, si struttura proprio su una forma di sentirsi indifesi non elaborata: la persona si convince che tutto le capiti contro, che non possa fare nulla, che il mondo sia ostile. È una forma limitante del sentirsi indifesi, che non cerca soluzione ma solo conferma del proprio malessere. Al contrario, quando il sentirsi indifesi è accettato come parte della condizione umana, può diventare una fonte autentica di compassione. Non quella compassione sterile o paternalistica, ma quella che nasce dalla consapevolezza che tutti, prima o poi, siamo deboli, fragili, bisognosi.
Accettare ciò che accade, senza rassegnazione ma con apertura, è forse una delle lezioni più profonde che questa emozione può insegnarci. Sentirsi indifesi ci spinge a cercare protezione, ma anche a costruire risorse interne, a sviluppare resilienza, a riconoscere ciò che conta davvero. È una guida silenziosa, spesso dolorosa, ma incredibilmente preziosa nel nostro cammino umano.
A volte anche io mi sento indifeso ma per fortuna posso contare anche sull’aiuto del mio team per portarvi una nuova emozione la prossima settimana. ^_^


