L’emozione di questa settimana è insicurezza.
Mi sto sentendo inadeguato per questa situazione incerta e frenato dalla paura di fallire, perché dubito di avere le capacità per affrontarla.
Cosa ci spinge a fare?
L’insicurezza è un’emozione che ci segnala incertezza e ci spinge a fermarci, riflettere, prepararci meglio o cercare supporto. Se ascoltata con consapevolezza, può aiutarci a crescere e orientarci nel mondo; ma se ignorata o mal gestita, può bloccarci e portarci a rinunciare. Sta a noi capire cosa vuole comunicarci.
La storia di Matteo
Matteo aveva sempre avuto un talento naturale per il disegno. Fin da bambino, riempiva quaderni e fogli sparsi con figure piene di fantasia. Crescendo, quel talento era diventato passione e poi ambizione: voleva diventare illustratore. Ma tra l’ambizione e l’azione, spesso, si inseriva una voce più sottile, più profonda. Una voce che gli diceva: “Non sei pronto. Non sei abbastanza. Gli altri sono migliori di te.” Una voce che, col tempo, aveva imparato a riconoscere, ma non ancora a zittire. Era la voce dell’insicurezza.
Un giorno, ricevette una mail inaspettata. Una piccola casa editrice aveva visto i suoi disegni su un social e lo invitava a partecipare a un concorso per illustratori esordienti. L’occasione che aveva sempre aspettato. Ma mentre leggeva le condizioni, le mani gli tremavano. Doveva consegnare cinque tavole originali, coerenti con un testo narrativo, entro due settimane. Subito si affacciò il pensiero: “Non sarò all’altezza. Ci saranno centinaia di candidati migliori di me. Non riuscirò a finire in tempo. E se le mie tavole non fossero abbastanza professionali?”
Passò un’intera giornata a pensare, a cancellare, a sfogliare i disegni degli altri sul web. Non toccò la matita. La sera si arrese al malumore, convinto che fosse meglio lasciar perdere. “Non posso rischiare di fallire,” si disse, “meglio non provarci nemmeno.” Quando la scadenza arrivò, Matteo non inviò nulla.
E anche se si disse che era stata una scelta razionale, dentro sentiva un vuoto sordo, il peso di un’occasione mancata. La sua insicurezza, quella volta, aveva vinto. Lo aveva bloccato con la paura di fallire e gli aveva fatto rinunciare prima ancora di tentare.
Qualche mese dopo, la sorella minore di Matteo gli chiese di aiutarla a realizzare un fumetto da presentare a scuola. Doveva raccontare una storia su un tema delicato: il bullismo. “Ci tengo tanto,” gli disse, “ma da sola non ce la faccio.”
All’inizio Matteo esitò. Di nuovo quella voce: “E se non riesci? E se la deludi?” Ma questa volta era diversa. Non c’era in ballo una selezione, un giudizio esterno, ma qualcosa di più diretto, più umano. Così accettò. E proprio perché era insicuro, decise di prendersi tempo, di ascoltare bene la sorella, di farsi raccontare le emozioni che voleva trasmettere, di fare prima bozze e mostrarle a lei, chiedendo feedback. Non si nascose dietro l’idea di dover essere perfetto: si concesse di imparare mentre faceva.
Ogni volta che quella voce si affacciava, Matteo non la scacciava: la ascoltava e poi rispondeva. “Sì, ho paura di non riuscire, ma posso provarci comunque. Posso chiedere consiglio. Posso migliorare una tavola, se serve.” E così, giorno dopo giorno, completò il progetto. Il fumetto commosse gli insegnanti, i compagni di scuola, e soprattutto la sorella, che gli lanciò un abbraccio carico di gratitudine. “Hai dato forma a quello che sentivo,” gli disse.
In quel momento, Matteo capì una cosa che prima non sapeva: l’insicurezza non era solo un ostacolo. Era anche un messaggio. Gli segnalava che qualcosa era importante per lui. Che serviva attenzione. Che valeva la pena mettersi in gioco con cura. Non sempre per vincere, ma per esserci. E quando imparò ad ascoltarla, anziché lasciarsene travolgere, divenne la sua più preziosa alleata.
L’utilità evolutiva del sentirsi indifesi
Immagina un tempo lontano, così lontano che nessuno scriveva, nessuno parlava come noi, ma già si provava paura, gioia, rabbia e quella strana sensazione che ancora oggi chiamiamo insicurezza. C’era un uomo, seduto all’ingresso della sua grotta, con la pelle ancora intrisa di odore di fumo e pietra, che guardava l’ombra degli alberi muoversi sotto la luce del tramonto. Aveva fame, sentiva i morsi nello stomaco, ma non si alzava subito. Dentro di lui qualcosa si muoveva, lo tratteneva. Non era pigrizia. Era un pensiero silenzioso, un allarme interno che non aveva ancora un nome, ma che gli diceva: aspetta.
E allora aspettava. Forse dietro quei cespugli c’era una belva, forse il vento portava con sé il profumo di un predatore, forse era solo il ricordo di quello che era successo al compagno del villaggio vicino, quello che aveva agito troppo in fretta e non era più tornato.
L’insicurezza era lì, accovacciata dentro di lui come un animale che annusa l’aria prima di uscire allo scoperto. E così quell’uomo imparava a osservare meglio, a usare le orecchie, a leggere i movimenti dell’erba, a capire se i corvi stavano volando via per una minaccia o per un semplice cambio di vento. L’insicurezza gli insegnava la prudenza.
Non gli impediva di vivere, ma lo aiutava a vivere più a lungo. E non era solo una questione di animali e caccia. Anche tra gli altri uomini, l’insicurezza era come un filo sottile che teneva unito il gruppo. Se sentiva che qualcosa che stava per dire avrebbe potuto ferire un altro, si mordeva la lingua. Se stava per alzare la voce, quella stessa sensazione lo rallentava. Non era debolezza, era consapevolezza.
L’essere umano, per sopravvivere, non poteva permettersi l’isolamento. Chi veniva allontanato restava solo, senza fuoco, senza protezione, senza cibo. Ecco allora che l’insicurezza diventava un sussurro utile: stai attento a quello che fai, osserva prima di agire, guarda cosa pensano gli altri. Era un’emozione che serviva a proteggere, non solo il corpo, ma anche il legame con gli altri.
Più una persona era capace di ascoltarla, più riusciva a restare nel gruppo, a imparare, a crescere. Perché chi si sentiva insicuro, spesso chiedeva consiglio, osservava prima di agire, cercava alleati. E in quel gesto c’era una forza nascosta: la capacità di adattarsi.
Così, generazione dopo generazione, quella sensazione diventava parte della memoria collettiva. Non era solo paura, non era solo esitazione. Era attenzione. Era rispetto. Era strategia. A volte, chi non provava quel fremito prima di decidere, chi correva troppo in fretta senza sentire il proprio limite, era proprio quello che cadeva per primo.
L’insicurezza, invece, permetteva di scegliere il momento giusto, il gesto giusto, la parola giusta. E mentre il mondo cambiava, mentre le tribù si trasformavano in villaggi, poi in città, quell’emozione restava lì. Oggi la chiamiamo con un nome preciso, e a volte ci dà fastidio. Ma è la stessa che ci faceva sopravvivere nelle foreste, la stessa che ci faceva cercare il volto dell’altro prima di parlare, la stessa che ci invitava a fermarci un attimo prima del salto. Non sempre dobbiamo darle retta, ma ogni volta che si fa sentire, merita di essere ascoltata. Perché dentro quella voce antica che ci frena c’è una memoria preziosa: quella di milioni di vite che, proprio grazie a quel dubbio, sono arrivate fin qui.
Approfondiamo
Il termine “insicurezza” affonda le sue radici nel latino “insecurus”, formato dal prefisso negativo “in-”, che indica l’assenza, e “securus”, a sua volta composto da “se-”, “senza”, e “cura”, cioè “preoccupazione”, “sollecitudine”.
Etimologicamente, quindi, l’insicurezza rappresenta la perdita di quello stato originario di serenità interiore e di protezione, il venire meno di una condizione in cui l’individuo si sente libero da minacce, da timori, da dubbi.
Ma nella vita reale, al di là delle radici linguistiche, l’insicurezza si presenta come una compagna silenziosa, una presenza discreta ma tenace che si manifesta in quei momenti in cui tutto sembra instabile, quando ci sentiamo nudi sotto lo sguardo degli altri o smarriti davanti a una scelta. Non arriva come la rabbia, che scuote, o come la paura, che travolge; arriva nei bordi, nei ritagli di tempo, nei pensieri notturni.
È quella sensazione di non essere abbastanza, di non sapere se si è nel posto giusto, con le parole giuste, con le risorse giuste. È una voce interiore che non grida, ma che si fa sentire, e ci dice: “Forse non ce la farai”, “forse sbaglierai tutto”, “forse gli altri sono migliori di te”.
È una voce che, se ascoltata troppo a lungo senza essere compresa, può confondersi con la nostra identità. Ma cos’è davvero questa emozione, da dove viene, e perché ha così tanto potere su di noi?
L’insicurezza nasce nel momento in cui ci sentiamo esposti, fragili, incerti, e ci porta a dubitare, non solo delle nostre capacità pratiche, ma anche del nostro valore personale. È strettamente legata al timore del giudizio, alla paura del fallimento, al senso di colpa per non essere perfetti, al bisogno urgente di essere riconosciuti e accolti.
Quando ci sentiamo insicuri, è come se la nostra mente accendesse un allarme a bassa intensità: qualcosa non è sicuro, non siamo pronti, dobbiamo aspettare, osservare, capire meglio. Questa attivazione ha radici antiche e profonde, perché in passato, per i nostri antenati, l’esclusione dal gruppo o un errore di valutazione potevano significare la morte.
E così, dentro di noi, l’insicurezza ha conservato quella funzione difensiva, quel freno che rallenta l’azione per proteggerci. Ma oggi i pericoli non sono più quelli di un tempo. E allora l’insicurezza, se non la comprendiamo, può diventare una gabbia. Può impedirci di agire, di scegliere, di mostrare chi siamo davvero.
Ci spinge a cercare costantemente approvazione, a modificare il nostro comportamento per piacere, a confrontarci con gli altri fino a dimenticarci chi siamo. Diventa una lente distorta attraverso cui osserviamo noi stessi, e quella lente, se non la togliamo, ci restituisce un’immagine impoverita, fragile, instabile.
Ma l’insicurezza non è un difetto da correggere. È un segnale da ascoltare. Ci dice che stiamo entrando in una zona in cui ci manca qualcosa: forse esperienza, forse fiducia, forse semplicemente tempo per capire meglio. È un’emozione che può contenere ansia, vergogna, senso di colpa, ma anche desiderio di fare bene, bisogno di sentirsi parte, volontà di non ferire. Se accolta con gentilezza, può insegnarci molto.
Ci aiuta a essere più prudenti, a osservare prima di agire, a chiedere aiuto, a imparare con più attenzione. È un’emozione che rallenta, ma non blocca, a meno che non le si dia il comando della nostra vita. Perché il vero problema nasce quando diventa cronica, quando si radica e trasforma ogni nostro gesto in un terreno minato.
In quei casi, ogni decisione diventa difficile, ogni relazione è minacciata dal timore del rifiuto, ogni azione viene rimandata in attesa di un momento ideale che non arriverà mai. L’insicurezza diventa il motivo per cui lasciamo che siano gli altri a decidere per noi, per cui rinunciamo a sogni, obiettivi, possibilità.
Ma tutto cambia quando cominciamo a guardarla con occhi nuovi. Quando capiamo che non è lì per distruggerci, ma per proteggerci. Quando impariamo a distinguere tra il bisogno reale di cautela e il meccanismo automatico della paura. Quando ci accorgiamo che possiamo agire anche se tremiamo, che possiamo scegliere anche nel dubbio, che possiamo andare avanti anche senza sentirci del tutto pronti.
E allora smettiamo di aspettare di essere perfetti, e iniziamo a costruire una fiducia diversa, fatta di presenza, di ascolto, di coraggio. Una fiducia che non nasce dalla certezza, ma dalla disponibilità a restare, a provare, a sbagliare e a ricominciare. Perché l’insicurezza, in fondo, è solo una soglia. Una soglia che ci mette davanti a una scelta: restare fermi, o attraversarla.
E ogni volta che la attraversiamo, scopriamo qualcosa in più su di noi. Scopriamo che la nostra voce conta, anche se trema. Che il nostro passo ha valore, anche se incerto. Che siamo degni di stima e amore, anche con le nostre crepe.
L’insicurezza, se ascoltata e compresa, ci guida verso una relazione più autentica con noi stessi. Non ci chiede di eliminarla, ma di danzarci insieme. Di guardarla come si guarda un’ombra: non per combatterla, ma per scoprire da dove viene la luce.
E così ci insegna che non serve essere certi per essere veri. Non serve sentirsi invincibili per essere capaci. Basta essere presenti. Bastano piccoli gesti, piccoli tentativi, piccoli sì. E ogni volta che ci muoviamo nonostante la voce che ci trattiene, costruiamo un pezzo nuovo della nostra libertà. Perché vivere bene non significa non avere insicurezze, ma saperci camminare accanto. E in quel cammino imperfetto, ma profondamente umano, si nasconde la nostra forza più grande.
Fare un post ogni settimana mi fa sentire insicuro, ma anche se qualche volta non riesco, sono abbastanza sicuro di portarvi una nuova emozione la prossima settimana. ^_^


