L’emozione di questa settimana è Odio.
Sto provando rabbia e disprezzo per “l’altro” perché ritengo che possa contaminare la mia vita ed è quindi bene che sia eradicato.
Cosa ci spinge a fare?
L’odio è un’emozione che nasce per proteggerci da ciò che percepiamo come minaccioso o ingiusto, spingendoci ad allontanare, combattere o distruggere chi sentiamo pericoloso. Questa forza crea un confine che ci fa sentire al sicuro, ma se diventa eccessiva si trasforma in un muro che ci isola, intrappolandoci nel dolore e impedendoci di aprirci a ciò che potrebbe farci bene.
La storia di Dario
Dario lavorava come tecnico informatico per un’azienda in crescita che vendeva software gestionale alle grandi imprese. Non era mai stato il tipo da credere nelle gerarchie, ma da quando, qualche anno prima, suo fratello maggiore — brillante progettista, onesto e riservato — si era tolto la vita dopo essere stato licenziato senza spiegazioni da un alto dirigente, Dario non riusciva più a vedere un dirigente senza stringere i denti. Per lui erano tutti uguali: ambiziosi, freddi, capaci di manipolare e distruggere le persone pur di salire di un gradino.
Col tempo quell’odio era diventato una lente spessa e distorta attraverso cui Dario guardava il mondo. Ogni sorriso educato di un dirigente era, per lui, un atto di ipocrisia. Ogni mail firmata “cordialmente” nascondeva un coltello. Quando venne assegnato a un nuovo progetto, e il referente d’area fu Marta Leoni — una dirigente giovane, appena entrata in azienda, con un curriculum impeccabile — Dario avvertì immediatamente una stretta nello stomaco. Aveva già deciso che lei sarebbe stata come tutti gli altri: distante, arrogante, pronta a sacrificare chiunque per compiacere chi stava più in alto.
Nei primi incontri Marta cercò di coinvolgerlo, gli chiese pareri tecnici con attenzione sincera, ma lui rispose in modo asciutto, quasi brusco. Ogni proposta che veniva da lei la smontava, cercando il difetto più che la possibilità. Arrivò persino a sabotare il rilascio di un aggiornamento, rallentando il processo per “verifiche tecniche non concluse” che in realtà non aveva nemmeno iniziato. Era accecato. L’odio che provava verso il suo fantasma del passato lo aveva proiettato addosso a una persona che non conosceva. E il prezzo lo pagò: Marta si rivolse ad altri colleghi, il progetto andò avanti senza di lui, e il team cominciò a escluderlo con naturalezza. Quando un giorno vide Marta lavorare fino a tardi con gli sviluppatori, sorridere, ascoltare, prendere appunti sulle difficoltà tecniche del backend, si accorse che stava sbagliando bersaglio. Ma ormai il danno era fatto: si era tagliato fuori da tutto.
Qualche mese dopo, però, successe qualcosa di inaspettato. Durante una manutenzione straordinaria sui log di un modulo aziendale, Dario trovò uno script che non avrebbe dovuto esserci. Era nascosto in profondità, e alterava i dati di tracciabilità finanziaria per uno specifico cliente. Un tipo di frode elegante, quasi invisibile. Lì l’odio tornò a bruciare, ma stavolta non contro un’ombra, non contro un pregiudizio. Era reale. Dario voleva andare dalla stampa, rendere tutto pubblico, ma qualcosa lo trattenne. Un’intuizione. L’odio lo stava spingendo ancora a reagire di pancia, a colpire a caso. E ricordò Marta. Lei aveva accesso a più documenti. Lei conosceva le dinamiche interne. Lei avrebbe potuto aiutarlo.
L’utilità evolutiva dell’odio
In un tempo lontano, quando la terra era coperta di foreste fitte e il fuoco era la scoperta più preziosa, un piccolo gruppo di uomini e donne viveva ai margini di un fiume. Ogni giorno era una sfida: la caccia richiedeva coraggio, la raccolta di bacche pazienza, e il riposo notturno significava affidarsi ai compagni per tenere lontani i predatori. Una sera, dal bosco emersero uomini sconosciuti, sorridenti e con mani aperte in segno di pace. Furono accolti, sfamati e ospitati vicino al fuoco. Ma nella notte, mentre il villaggio dormiva, gli ospiti rubarono le lance, le scorte di carne essiccata e sparirono nel buio. All’alba, quando il tradimento fu scoperto, non fu solo la rabbia a farsi sentire: nei cuori nacque un sentimento più profondo e duraturo, un’ombra che non se ne sarebbe andata facilmente. L’odio. Non era un fuoco che si spegneva in un giorno, ma una fiamma che rimaneva per ricordare chi fosse il nemico, per impedire che la porta del villaggio si riaprisse ingenuamente. Col passare delle lune, quell’odio divenne un filo invisibile che legava tutti: non bastava solo cacciare e raccogliere, bisognava vigilare. I membri del gruppo si alternavano a fare la guardia, costruivano palizzate di rami robusti, inventavano segnali d’allarme con il suono dei tamburi. Ogni volta che vedevano figure in lontananza, l’odio li avvertiva: “Attenzione, potrebbe essere uno di loro”. Ma questa emozione aveva anche un altro effetto: rafforzava la fiducia reciproca. Sapere di condividere lo stesso nemico rendeva il gruppo più unito, più pronto a proteggere i piccoli e gli anziani. Non era solo paura: era la certezza che, finché restavano uniti, nessuno li avrebbe sconfitti facilmente. Anni dopo, altre minacce arrivarono, ma quella memoria emozionale rimase. Senza l’odio, forse qualcuno avrebbe accolto di nuovo mani ingannatrici, aprendo la strada a un altro disastro. In quell’epoca dura e crudele, l’odio era una sentinella silenziosa, un cane da guardia dell’anima che abbaiava solo quando serviva. Grazie a lui, intere generazioni poterono crescere e vedere il sole sorgere ancora. Eppure, proprio come il fuoco che scalda e brucia, l’odio richiedeva saggezza: tenuto troppo a lungo, rischiava di consumare chi lo custodiva, ma usato al momento giusto era una delle armi più potenti che la natura avesse donato agli uomini per sopravvivere.
Approfondiamo
Il termine “Odio” deriva dal latino “odium”, che a sua volta si lega alla radice greca “otheo”, che significa “spingere”, “respingere”, “allontanare”, e questa origine già suggerisce che l’odio sia un movimento, una reazione difensiva, che ha il compito di separare l’io da ciò che lo minaccia. Ma non si tratta soltanto di un gesto di allontanamento: l’odio porta con sé tormento, invocazione, stupore, sgomento, come se fosse anche una preghiera disperata, un richiamo al padre tutelare della giustizia, a un ordine che possa rimettere al proprio posto ciò che è stato spezzato.
È un’emozione potente, distruttiva, eppure spesso legittima, sebbene moralmente scomoda. Si odia ciò che ci appare incomprensibile, pericoloso, moralmente inaccettabile. Si odia ciò che tradisce, che minaccia, che offende. A volte si odia senza neanche sapere bene il perché. Questo perché l’odio è una miscela, un cocktail scuro di rabbia, disgusto, paura, senso di giustizia frustrata, bisogno di difendersi e incapacità di accettare l’altro.
La mente umana ha sviluppato questo meccanismo per sopravvivere: distinguere tra chi è simile e chi è diverso, tra chi ci protegge e chi ci minaccia. L’evoluzione ha premiato chi ha saputo odiare, perché ha saputo difendere il proprio gruppo, il proprio sangue, la propria identità. E allora, prima ancora che ci sia l’odio, arriva lo “sguardo che inizia a deformare”, a giudicare, a classificare. L’altro diventa lo straniero, il nemico, il contaminato.
E in quel momento la distanza diventa necessità: l’odio prende forma quando ci sentiamo in pericolo e, per proteggerci, iniziamo a vedere nell’altro tutto ciò che di oscuro non vogliamo riconoscere in noi. L’odio, allora, non è altro che proiezione. È il meccanismo della psiche che ci fa dire: “Non sono io il cattivo, sei tu”.
E quel “tu” può essere un individuo o un intero gruppo: l’omosessuale, lo straniero, il rom, il nero, il barbone, il drogato. Si odiano le persone come si odiano gli scarafaggi: con un disgusto viscerale che non ha bisogno di spiegazioni razionali. Perché il disgusto è una delle emozioni più primitive, un campanello d’allarme biologico che ci allontana da ciò che può contaminarci, ammalarci, distruggerci.
Ecco allora che l’odio diventa uno strumento raffinato per disumanizzare. Non solo vogliamo che l’altro stia lontano, ma crediamo che non meriti nemmeno lo status di essere umano. Quando si odia non esistono sfumature, si vede solo bianco o nero. L’altro viene ridotto a una caricatura, un simbolo negativo da abbattere, da ridicolizzare, da annientare.
L’odio è più freddo della rabbia, più lucido, più calcolato. È silenzioso, può covare sotto la pelle per anni come brace sotto la cenere, e poi esplodere in una fiammata incontrollabile. È un sentimento ruminato, coltivato, nutrito dal risentimento e dalla sensazione di essere stati traditi, umiliati, esclusi. È un’esperienza annientante, perché chi odia smette di vedere nell’altro una possibilità di cambiamento: l’oggetto dell’odio è fissato, immobile, condannato. È malvagio e basta. Non serve il dialogo, non serve l’ascolto, non serve la relazione. Serve solo che stia lontano, che venga punito, distrutto, eliminato.
L’odio prende corpo nel pensiero ossessivo, nella voglia di vendetta, nell’urgenza di vedere l’altro soffrire. Spesso, non ci si rende nemmeno conto che in fondo non è l’altro che ci tormenta, ma ciò che pensiamo di lui. L’odio si attacca alla mente come una malattia: ci consuma, ci toglie lucidità, ci isola. Eppure, paradossalmente, può dare piacere. Il nostro cervello, in certe situazioni, rilascia dopamina quando vediamo soffrire chi odiamo, come se la vendetta fosse una forma distorta di ricompensa.
È un cortocircuito dell’evoluzione: un premio chimico per un comportamento che ci consuma. Per questo l’odio non solo distrugge l’oggetto verso cui è diretto, ma anche il soggetto che lo prova. Chi odia vive nel buio, nella nebbia, dentro una tempesta fatta di pensieri intrusivi, inquietudine, ansia. Non vive davvero: sopravvive nel desiderio di farla pagare, nel bisogno di punire, nel sogno di una giustizia che non arriva mai.
L’odio pretende vendetta ma non sa placarsi. Eppure, l’odio non è da demonizzare. È umano. È una porta verso la consapevolezza. In psicoterapia può essere il punto di partenza per esplorare le ferite più profonde, quelle che ci hanno fatto sentire traditi, abbandonati, umiliati. L’odio è il segno che qualcosa dentro di noi chiede attenzione, cura, ascolto. Ed è proprio in quella tensione tra distruzione e trasformazione che può nascere qualcosa di diverso. Si può scegliere, se lo si desidera, di trasformare l’odio in altro: in comprensione, in distanza consapevole, in accettazione. Non dell’altro in quanto tale, ma della propria vulnerabilità. Si può imparare a riconoscere l’odio, a nominarlo, a domarlo.
Non a reprimerlo, ma a capirlo. E capirlo significa anche riconoscere quanto sia fragile, quanto sia figlio della paura, dell’ignoranza, della solitudine. Quando l’odio si fa collettivo, quando diventa linguaggio condiviso, quando si infiltra nella cultura, nella politica, nella rete, diventa un sistema. Un modo di pensare e comunicare che si autoalimenta. Si insegna l’odio come una lingua, si eredita come una maledizione. E allora serve una nuova lingua, fatta di parole che non siano pietre. Serve una didattica del lessico emotivo, una pedagogia delle emozioni, una pratica del dialogo. Perché l’odio nasce anche dall’impossibilità di nominare il proprio dolore.
L’educazione emotiva non è solo un compito scolastico: è una scelta culturale. È un modo per costruire la pace non come assenza di conflitto, ma come capacità di restare umani nel conflitto. L’odio vuole tutto e non dà nulla. L’indifferenza, al contrario, è assenza assoluta. Ma c’è una terza via: quella della consapevolezza, della parola che ascolta, dell’umanità che sceglie di guardare l’altro negli occhi, e non solo di odiarlo. Perché l’odio è sempre una storia interrotta. E ogni storia, forse, può ancora essere raccontata in un altro modo.
Se mi prendo un periodo di vacanze, non odiatemi. ^_^
Tornerò presto con nuovi post e nuove emozioni.


