L’emozione di questa settimana è Orgoglio.
Mi sto sentendo fiero della mia appartenenza e degno di rispetto perché, con il mio impegno, ho raggiunto qualcosa che conta davvero.
Cosa ci spinge a fare?
L’orgoglio rafforza l’autostima e la fiducia in noi stessi, ci motiva a impegnarci, a sviluppare capacità e a proteggere dignità e meriti, stimolando anche collaborazione e appartenenza al gruppo; ma se diventa eccessivo rischia di trasformarsi in rigidità, isolamento e rifiuto del confronto, ostacolando la crescita.
La storia di Marco
Marco era un giovane artigiano che lavorava il legno in un piccolo borgo. Aveva mani forti, occhi attenti e un talento naturale che lo rendeva stimato da molti. Ma insieme al talento portava con sé un fardello sottile e spesso invisibile: il suo orgoglio.
Una volta gli fu commissionato un lavoro importante dal capo del villaggio: costruire un grande portone che avrebbe segnato l’ingresso principale alla piazza. Marco ci mise settimane di lavoro, scelse i legni migliori e intagliò figure decorative che raccontavano la storia della comunità. Quando il portone fu finalmente montato, tutti si fermavano a guardarlo con ammirazione. Tuttavia, un vecchio carpentiere, esperto e saggio, gli fece notare che le cerniere erano state fissate con un’inclinazione che col tempo avrebbe reso difficile aprire e chiudere i battenti. Marco si irrigidì. Non poteva accettare quella critica davanti agli altri. Disse che il suo lavoro era perfetto, che lui sapeva quello che faceva, e ignorò il consiglio. I mesi passarono e le cerniere iniziarono davvero a cedere, il portone si piegò leggermente e il villaggio fu costretto a intervenire con una riparazione costosa. Marco, per non aver ascoltato, perse credibilità, e ciò che all’inizio gli aveva dato gloria finì per ritorcersi contro di lui. In quel momento capì come il suo orgoglio, invece di proteggerlo, lo aveva isolato, facendogli preferire la difesa della propria immagine al miglioramento del proprio lavoro.
Non fu però l’unica lezione che il destino gli riservò. Tempo dopo, un inverno rigido mise in difficoltà l’intero borgo. Le scorte di legna erano poche e molti anziani rischiavano di non sopravvivere al freddo. Marco decise di impegnarsi più degli altri: passò giorni nella foresta a tagliare tronchi, organizzò un sistema di trasporto con carri e cordami che lui stesso aveva costruito, e trascinò con sé un gruppo di giovani che lo ammiravano. Ogni sera, nonostante la fatica, sentiva un calore dentro di sé, un’energia che lo spingeva a non mollare. Non era vanità, non era bisogno di apparire migliore, era orgoglio vero: la fierezza di sapere che il suo lavoro avrebbe salvato delle vite, che la sua comunità poteva contare su di lui. Quando finalmente la legna fu accumulata nella piazza, il villaggio esplose in un applauso collettivo. Marco sentì il volto arrossarsi e il petto aprirsi come se un fuoco lo scaldasse dall’interno. In quell’istante capì che l’orgoglio poteva essere una fiamma: se usata male, bruciava e distruggeva; se alimentata con cura, scaldava tutti e diventava forza di unione.
Da allora Marco imparò a distinguere tra l’orgoglio che isola e quello che costruisce. Non smise mai di provare quella sensazione di calore quando completava un lavoro ben fatto, ma capì che il vero valore stava nel metterlo a disposizione degli altri, non nel difenderlo a ogni costo. Così, ogni volta che prendeva in mano gli attrezzi, ricordava il portone piegato e il villaggio salvato dal gelo: due facce della stessa emozione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, insegnandogli che il segreto non era cancellarla, ma imparare a dirigerla verso il bene.
L’utilità evolutiva dell’orgoglio
Tanto tempo fa gli uomini vivevano in piccoli gruppi vicino ai fiumi o nelle foreste, non c’erano case già pronte né negozi dove trovare cibo: bisognava cacciare, pescare, raccogliere frutti, costruire ripari e difendersi dai pericoli. Un giorno, in uno di questi gruppi, un uomo decise di provare a costruire una lancia diversa dalle altre, con la punta più dura e affilata. Quando riuscì a catturare un pesce enorme e a portarlo al villaggio, sentì dentro di sé una fiamma di soddisfazione: era l’orgoglio, la gioia di vedere che il suo impegno aveva dato frutto. Questo sentimento lo spinse a creare altre lance e ad insegnare agli altri come farle, e presto il gruppo ebbe più cibo e più sicurezza. Gli altri cominciarono a guardarlo con rispetto e a fidarsi di lui, e così i legami tra le persone diventarono più forti.
In un altro villaggio, circondato da fitte foreste, gli abitanti sapevano che ogni anno arrivavano animali pericolosi in cerca di cibo. Un giorno decisero di unirsi: alcuni costruirono recinti, altri prepararono armi, altri ancora montarono la guardia. Quando gli animali arrivarono e furono respinti senza perdite, tutti provarono un orgoglio immenso, non solo per se stessi ma per quello che erano riusciti a fare insieme. Quella sensazione li rese più uniti, più forti e pronti ad affrontare ancora altre sfide.
In questo modo, generazione dopo generazione, l’orgoglio divenne una bussola invisibile che guidava gli uomini a migliorarsi e a rafforzare i legami. Spingeva i cacciatori a perfezionare le armi, gli artigiani a rendere più resistenti i loro utensili, e i gruppi a stringersi insieme nei momenti di pericolo. Era un’emozione che dava calore e motivazione, che insegnava a non accontentarsi ma a resistere, che faceva percepire a ognuno di contare davvero per la comunità. In un mondo ostile e incerto, l’orgoglio non fu un lusso, ma una necessità: la spinta a eccellere, a proteggere i propri meriti, a sentirsi degni e a far parte di un “noi” capace di sopravvivere.
Approfondiamo
Il termine “orgoglio” deriva dal francese antico “orgueil” che viene a sua volta dal francone (germanico occidentale), “urgulo”, “urgoli” che ha la particella rafforzativa “ur-” e la radice “guol/gil/gal” che vuol dire “sfarzoso, lussureggiante” (vedi anche “gala”) quindi il significato letterale è: “notevole, insigne, altero, fastoso”, con l’idea di “grandezza ostentata”.
Quindi rappresenta una persona che ha un’opinione esageratamente e presuntuosamente elevata di se stesso.
In spagnolo “orgoglio” si dice “Orgullo” ed ha un’etimologia analoga alla parola italiana.
In inglese “orgoglio” si dice “proud” e deriva dal tardo inglese antico “prut”, probabilmente dal francese antico “prud” che vuol dire “coraggioso, valoroso” (XI secolo) (che divenne preux in francese), dal termine tardo latino prodis “utile”, che viene paragonato al latino prodesse “essere utile”.
Il significato di “avere un’alta opinione di sé”, non in francese, potrebbe riflettere l’opinione degli anglosassoni sui cavalieri normanni che si definivano “fieri”.
L’uso del termine fin da subito non ha avuto solo una valenza negativa di “stima eccessiva”, di “presunzione eccessiva”, ma ha anche avuto una valenza positiva di “legittima fierezza” e “consapevolezza dei propri meriti”. Lo ritroviamo in frasi come “non hai un po’ d’orgoglio?” o “sono orgoglioso di mio figlio”.
Quando proviamo orgoglio lo sentiamo nel corpo come un calore che si espande, una sensazione di forza e di dignità che nasce quando riconosciamo di aver fatto qualcosa di importante. È un’emozione “autocosciente”, perché richiede la capacità di guardarci dall’esterno, riflettere su chi siamo e confrontare ciò che abbiamo fatto con ideali o valori. Per questo, insieme a vergogna e imbarazzo, è considerata una delle emozioni che ci mettono più a contatto con la nostra identità. In sostanza, l’orgoglio è un segnale che ci dice: “questa esperienza aumenta il mio senso di valore”. Non riguarda solo ciò che facciamo noi: possiamo sentirlo per i figli, per un gruppo, per una comunità. È la soddisfazione che accompagna una conquista, il riconoscimento di un merito, la fierezza di appartenere a qualcosa di più grande.
L’orgoglio ha quindi due volti. Da una parte, quello positivo: la fierezza autentica che ci spinge a superare ostacoli, a migliorare, a condividere i nostri successi. È la voce che ci incoraggia a dire “sono orgoglioso di avercela fatta perché mi sono impegnato”, che sostiene la nostra autostima e rafforza la motivazione. È l’orgoglio che nasce da fatti concreti, dalla fatica e dalla coerenza con i nostri valori, e che diventa energia costruttiva. Dall’altra parte c’è la sua ombra: l’orgoglio che si irrigidisce in presunzione, arroganza, ostinazione. In questo caso non si tratta più di fierezza sana, ma di una corazza che difende l’immagine dell’Io, che impedisce di ammettere errori, che porta a rifiutare il confronto e, a volte, a rompere legami pur di non perdere la facciata. È il rischio di scambiare la propria autostima con superiorità sugli altri.
Dal punto di vista evolutivo, questa ambivalenza ha avuto un ruolo decisivo. I nostri antenati hanno tratto dall’orgoglio una spinta a perfezionare strumenti, a cacciare meglio, a collaborare di più. Dopo una caccia riuscita o una difesa del villaggio, l’orgoglio condiviso cementava i legami e aumentava le probabilità di sopravvivenza. Nello stesso tempo, l’orgoglio individuale segnalava competenza e affidabilità, aumentando le possibilità di essere scelti come leader o alleati. Ancora oggi, questa emozione funziona come un meccanismo di autoregolazione: ci sostiene, rafforza l’autostima, promuove comportamenti socialmente apprezzati. Ma se ferito o gonfiato, può irrigidirsi, generare conflitti e isolamento.
Ecco perché possiamo paragonare l’orgoglio a una spezia: dà sapore e forza se usato con misura, rovina il piatto se abbondante. Un sano orgoglio ci aiuta a valorizzare i nostri successi e a crescere, un orgoglio eccessivo ci separa e ci indebolisce. La chiave sta nell’equilibrio: sentire fierezza per i nostri valori e i nostri meriti, ma senza smettere di riconoscere limiti, difetti e bisogni di miglioramento. Così l’orgoglio diventa una bussola emotiva che non ci fa smarrire: ci orienta verso l’autorealizzazione, la resilienza e la coesione con gli altri, senza trasformarsi in barriera.
Sono orgoglioso di come è venuto questo articolo.
La prossima settimana ce ne sarà uno nuovo altrettanto ben fatto. ^_^


