L’emozione di questa settimana è ostilità.
Sto provando avversione e conflittualità verso chi vedo come una minaccia a prescindere da chi sia realmente.
COSA CI SPINGE A FARE?
L’ostilità è un’emozione che ci spinge a difenderci, a proteggere ciò che riteniamo nostro e a respingere ciò che percepiamo come una minaccia o un’ingiustizia. Ci porta a stabilire confini chiari e ad agire se vengono superati, ma se non gestita può alimentare conflitti e incomprensioni.
LA STORIA DI DIEGO
Diego camminava a passo deciso lungo il corridoio dell’azienda, le mani strette a pugno e la mascella serrata. L’ostilità gli bruciava dentro come un fuoco silenzioso, alimentato dall’ingiustizia che sentiva di aver subito. Il suo capo, il signor Bernardi, aveva assegnato un progetto importante a Luca, il collega che Diego considerava un rivale. Era convinto che fosse lui il più qualificato per quel compito, e il pensiero di essere stato scartato lo faceva ribollire.
Non poteva accettarlo. La rabbia si trasformò in freddezza, e nei giorni successivi Diego evitò Luca, rispondendo a malapena ai suoi saluti e tagliandolo fuori da qualsiasi conversazione. Ogni volta che il collega parlava in riunione, Diego alzava gli occhi al cielo o trovava un modo per contraddirlo, anche senza reali motivi. La sua ostilità cresceva come una muraglia invisibile, impedendogli di collaborare e portandolo a commettere errori.
Un giorno, il capo gli chiese un feedback su un dettaglio del progetto, e invece di rispondere con obiettività, Diego lasciò trasparire il suo rancore, screditando Luca davanti a tutti. Bernardi lo guardò con disappunto e chiuse la conversazione con un freddo: “Mi aspettavo più professionalità.” Fu allora che Diego capì. La sua ostilità, anziché aiutarlo, lo aveva reso miope e lo stava spingendo a perdere credibilità.
Ma l’ostilità non è sempre un nemico. Alcuni mesi dopo, si trovò a gestire una negoziazione difficile con un fornitore che cercava di imporgli condizioni sfavorevoli. All’inizio Diego mantenne un atteggiamento diplomatico, ma l’insistenza dell’altro lo spinse a cambiare approccio. Avvertì quella stessa fiamma dentro di sé, ma stavolta la incanalò con lucidità. Divenne più fermo, incisivo, e smise di concedere terreno per paura di sembrare troppo duro. Il fornitore, percependo la sua determinazione, abbassò le richieste, e Diego riuscì a chiudere l’accordo alle condizioni che voleva.
Quando uscì dalla riunione, si sentì soddisfatto. L’ostilità non era solo un ostacolo: se controllata e incanalata nel modo giusto, poteva diventare uno scudo, una spinta a proteggere ciò che contava davvero.
L’UTILITà EVOLUTIVA DELL’OSTILITà
C’era una volta un piccolo villaggio nascosto tra le colline, dove un fiume scorreva tranquillo, portando vita a tutto ciò che lo circondava. Gli abitanti del villaggio, uomini e donne forti e coraggiosi, avevano imparato a vivere in armonia con la natura. Il fiume era il loro cuore pulsante: forniva acqua cristallina, pesci abbondanti e un luogo dove gli animali selvatici venivano a dissetarsi. Era il loro rifugio, il loro tesoro più prezioso.
Un giorno, mentre il sole calava dietro le montagne, un gruppo di stranieri apparve sulla riva opposta del fiume. Erano cacciatori di un’altra tribù, vestiti di pelli grezze e armati con lance acuminate. All’inizio, gli abitanti del villaggio li osservarono con curiosità, ma senza troppa preoccupazione. “Forse sono solo di passaggio,” pensavano. Ma i giorni passarono, e i nuovi arrivati non se ne andarono. Al contrario, costruirono accampamenti, iniziarono a pescare e a raccogliere l’acqua. Le loro voci risuonavano forti nell’aria, spaventando gli animali che si tenevano sempre più lontani.
Nel villaggio, la tensione cresceva. Le madri guardavano i loro bambini con ansia, chiedendosi se avrebbero avuto abbastanza cibo. I cacciatori tornavano spesso a mani vuote, lamentandosi che gli animali erano fuggiti più lontano a causa del rumore.
Qui entra in gioco l’ostilità. I membri del villaggio iniziano a sentirsi minacciati: quel territorio è fondamentale per loro e, se non agiscono, rischiano di perdere una risorsa vitale.
“Non possiamo lasciare che prendano ciò che è nostro,” disse un anziano durante una riunione attorno al fuoco. “Questo fiume ci appartiene da generazioni. Senza di esso, non sopravviveremo.” Fu allora che l’ostilità cominciò a farsi sentire. Non era rabbia cieca, ma una tensione carica di determinazione. Era il senso di dover proteggere ciò che era loro, ciò che li teneva in vita. I capi del villaggio decisero di agire. Organizzarono turni di guardia lungo il fiume e iniziarono a costruire barriere di legno per segnare chiaramente i confini del loro territorio. I giovani vennero addestrati a usare le lance e gli archi con maggiore precisione, pronti a difendersi se fosse stato necessario.
L’ostilità li spinge a organizzarsi per difendere il loro fiume. Decidono di costruire barriere e pattugliare la zona per dimostrare che non sono disposti a cedere. Questo atteggiamento non solo scoraggia gli estranei, ma rafforza la collaborazione tra i membri del villaggio.
Una notte, quando la luna era alta nel cielo, un gruppo di stranieri attraversò il fiume, tentando di accedere al villaggio. Ma gli abitanti erano pronti. Le torce illuminavano la scena mentre i guardiani lanciavano un grido di allarme. I cacciatori del villaggio si disposero in cerchio, le lance pronte, le mani ferme nonostante il battito del cuore. Gli intrusi, vedendo la determinazione e la forza dei villaggi, capirono che non avrebbero vinto facilmente. Decisero di ritirarsi.
Quella notte, il villaggio festeggiò. Non c’era stato spargimento di sangue, ma avevano protetto ciò che era loro. L’ostilità, quell’emozione che li aveva spinti ad agire, non era stata fine a sé stessa: era stata una forza che li aveva uniti, che li aveva resi più forti e più consapevoli del valore del loro fiume e della loro comunità. Da quel giorno, il villaggio rimase vigile, pronto a difendere ciò che amava.
E il fiume, testimone silenzioso di quella notte, continuò a scorrere tranquillo, portando vita a coloro che avevano avuto il coraggio di proteggerlo.
Senza l’emozione dell’ostilità, probabilmente avrebbero lasciato che il gruppo rivale prendesse il controllo, mettendo a rischio il loro accesso all’acqua e al cibo. L’ostilità li ha resi più uniti, più consapevoli del valore delle loro risorse e più pronti a difendere ciò che era importante per il loro futuro.
APPROFONDIAMO
Il termine “ostilità” deriva dal latino “hostilitas”, che a sua volta viene da “hostis” che originariamente significava “straniero” o “forestiero“. “Hostis” era associato a una persona con cui non si condividevano legami di amicizia o appartenenza ma col tempo ha assunto il significato di “nemico“, “avverso”, e questo non deve sorprenderci perché anticamente tutti quelli che non erano cittadini erano guardati con diffidenza e quasi ritenuti nemici pubblici, barbari.
Quindi, nel contesto romano, rappresentava un atteggiamento di inimicizia o aggressività verso l’estraneo, spesso visto come una minaccia. Da questa radice latina, il termine ha assunto in italiano il significato di comportamento avverso, conflittuale o aggressivo verso qualcuno o qualcosa.
Curiosamente, dalla stessa radice deriva la parola “hospes”, che significa “ospite”, dimostrando come il rapporto con lo straniero potesse declinarsi sia nell’accoglienza che nel conflitto. Questo paradosso lessicale riflette perfettamente la dualità della natura umana: la spinta alla collaborazione e al contempo il timore dell’ignoto.
L’ostilità, dunque, non è solo un sentimento di rabbia o aggressività, ma una reazione difensiva a una percepita minaccia, un meccanismo evolutivo che ha permesso la sopravvivenza dei gruppi umani. In situazioni di pericolo, essere ostili significava proteggere se stessi, il proprio territorio, le proprie risorse e la propria identità.
Questa emozione si manifesta quando sentiamo che qualcuno sta minando la nostra sicurezza, il nostro status o i nostri valori. Non è una rabbia momentanea, ma una tensione persistente, un senso di avversione e sfiducia che spinge a difendersi, a opporsi o persino ad attaccare.
L’ostilità può emergere in vari contesti: un litigio tra vicini, una competizione tra colleghi, un’incomprensione in famiglia, una rivalità tra gruppi sociali. Spesso si accompagna a emozioni come il risentimento, il disprezzo e la volontà di contrastare l’altro. Tuttavia, non si manifesta sempre in forme palesemente aggressive. Può essere sottile, insinuarsi nelle relazioni attraverso il sarcasmo, il rifiuto, la freddezza emotiva, la critica costante. Può diventare una strategia per esercitare potere sugli altri, per sabotare in modo silenzioso chi viene percepito come un ostacolo.
Ma l’ostilità non è solo un elemento distruttivo. Ha una sua funzione: serve a delimitare i confini personali, a proteggere ciò che riteniamo importante, a difendere il nostro senso di giustizia. Nel corso della storia, questa emozione ha contribuito a plasmare le società, alimentando battaglie per i diritti, lotte per la libertà e la difesa delle identità culturali.
Se ben gestita, può trasformarsi in un motore di cambiamento, in una spinta a proteggere con determinazione ciò che conta davvero. Ma se lasciata incontrollata, può degenerare in conflitto, distruggere legami, generare isolamento.
L’ostilità è profondamente connessa alla distinzione tra “ingroup” e “outgroup”, tra chi consideriamo parte della nostra comunità e chi percepiamo come esterno. Questa divisione, che in passato ha garantito la coesione e la protezione del gruppo, oggi può portare a pregiudizi e discriminazioni. Un esempio chiaro lo vediamo nei fenomeni sociali moderni: tensioni tra nazioni, rivalità tra tifoserie sportive, contrasti politici.
La nostra mente tende naturalmente a privilegiare chi fa parte del nostro gruppo, mentre guarda con sospetto chi è diverso. Tuttavia, studi psicologici dimostrano che la semplice coabitazione tra gruppi diversi non basta a ridurre l’ostilità. È necessaria la cooperazione, la creazione di obiettivi comuni che dimostrino come l’altro non sia una minaccia, ma un alleato. In alcuni esperimenti, come quello della “Robbers Cave”, si è visto come la rivalità tra gruppi di ragazzi potesse trasformarsi in collaborazione quando venivano messi di fronte a una sfida condivisa che richiedeva l’aiuto reciproco. Questo dimostra che l’ostilità non è un destino inevitabile, ma un’emozione che può essere trasformata.
Ma cosa succede quando l’ostilità diventa uno stile di vita? Quando una persona vive in uno stato di continua opposizione, vedendo nemici ovunque, rischia di rimanere intrappolata in una spirale di negatività. L’ostilità cronica può avere effetti dannosi non solo sulle relazioni, ma anche sulla salute. Studi scientifici hanno dimostrato che vivere in uno stato costante di ostilità aumenta i livelli di stress, incide sul sistema cardiovascolare e può persino ridurre l’aspettativa di vita. Questo perché il corpo, quando si sente costantemente sotto attacco, rilascia ormoni dello stress come il cortisolo, che nel lungo periodo possono danneggiare l’organismo. Tuttavia, ciò non significa che dobbiamo reprimere ogni forma di ostilità. Riconoscere questa emozione, comprenderne le radici, ci permette di gestirla in modo sano.
Spesso l’ostilità nasce dalla paura, dalla percezione di una minaccia, dall’insicurezza. Invece di lasciarla esplodere in conflitti o rancori, possiamo trasformarla in una consapevolezza maggiore di noi stessi e delle nostre reazioni. Possiamo chiederci: questa ostilità è davvero giustificata? Cosa temo di perdere? C’è un modo costruttivo per affrontare questa situazione? Riflettere su queste domande può aiutarci a canalizzare questa emozione verso la risoluzione dei problemi, piuttosto che alimentare tensioni inutili.
In conclusione, l’ostilità è un’emozione potente, radicata nella nostra storia e nel nostro istinto di sopravvivenza. Può separarci dagli altri o spingerci a proteggerci. Può distruggere o rafforzare. La chiave sta nel modo in cui scegliamo di gestirla: se lasciamo che ci domini, rischiamo di chiuderci in un mondo di conflitti; se impariamo a comprenderla, può diventare uno strumento per difendere ciò che conta senza perdere la capacità di connetterci con gli altri.
Anche oggi abbiamo pubblicato un’emozione e se non avremmo atteggiamenti ostili… la pubblicheremo anche la prossima settimana. ^_^
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

