L’emozione di questa settimana è Passione.
Sto sentendo un’energia che mi spinge a dare tutto in ciò che amo, vivendo intensamente e accogliendo la fatica come parte del mio cammino.
Cosa ci spinge a fare?
La passione è una forza interiore che accende dentro di noi un’energia viva e profonda. È la spinta che trasforma un semplice interesse in azione, che ci fa resistere alla fatica e ci rende capaci di creare, imparare e crescere con gioia. Quando la passione ci guida, ogni gesto acquista significato: non agiamo per dovere, ma per amore di ciò che facciamo. È la fiamma che ci fa vivere con intensità, scegliere con il cuore e lasciare un segno nel mondo.
La storia di Leonardo
Leonardo aveva sempre vissuto come se dentro di lui ci fosse un motore acceso, un’energia che non conosceva sosta. Gli piaceva sentirsi vivo e inseguire le cose con tutto il cuore.
Tutto in lui aveva il ritmo dell’entusiasmo: gli occhi sempre accesi, le mani che non sapevano stare ferme, il cuore che batteva più forte del necessario. Aveva ventisette anni e una passione grande come il cielo: la scrittura. Scriveva ovunque — sui treni, nei bar, sui foglietti stropicciati che teneva nelle tasche dei jeans. Le parole per lui non erano solo un mestiere, ma una ricerca. Cercava di fissare su carta quegli ”attimi” che, come diceva lui, “non tornano più, ma ti restano dentro”.
La sua passione lo portò lontano, ma anche sull’orlo del precipizio. Un giorno, ricevette una proposta importante: una casa editrice milanese gli offriva di pubblicare il suo primo romanzo. Era la chance che aveva sempre sognato. Si chiuse in casa, deciso a riscrivere tutto da capo, perché voleva che fosse perfetto, che il suo libro brillasse come un diamante. Passava le notti davanti al computer, dimenticava di mangiare, ignorava i messaggi degli amici. La sua mente ardeva di idee, ma il suo corpo cominciava a cedere. Le giornate si confondevano, e la storia che amava tanto gli sfuggiva di mano: più la inseguiva, più si allontanava.
Una sera, esausto, guardò lo schermo e si rese conto che non sentiva più nulla. Le parole, così vive dentro di lui, erano diventate fredde. Si arrabbiò, cancellò tutto, gridò nel silenzio della stanza. La passione, quella che gli dava forza, ora lo stava distruggendo. Aveva trasformato l’amore per la scrittura in una gabbia.
Lasciò il computer, prese la giacca e uscì nella notte. Camminò a lungo, senza una meta, finché arrivò davanti a una libreria chiusa. Dietro la vetrina vide il suo riflesso: stanco, svuotato, ma con gli occhi ancora vivi. Capì che non era la scrittura a fargli male, ma il modo in cui l’aveva voluta dominare.
Passarono alcune settimane. Leonardo non scriveva più, ma osservava. Passava le mattine nei caffè, ascoltando le persone, guardando la luce cambiare sulle facciate dei palazzi. All’inizio si sentiva in colpa, poi cominciò a sentire qualcosa di diverso: calma.
Un giorno portò con sé un piccolo quaderno e scrisse una frase, poi un’altra, poi un dialogo. Non pensava al successo, non pensava alla perfezione — scriveva solo per catturare gli “attimi della vita”. La fiamma dentro di lui era tornata ma questa volta per scaldarlo, non per bruciarlo.
Quando finalmente consegnò il nuovo manoscritto, lo fece senza aspettative. Il libro piacque. Fu pubblicato, e ricevette persino qualche riconoscimento. Ma ciò che contava davvero era altro: Leonardo aveva ritrovato il piacere di scrivere. La passione non lo dominava più, lo accompagnava.
Qualche tempo dopo, durante una presentazione, gli chiesero cosa fosse per lui la passione. Rimase in silenzio un momento, poi rispose: “È come il fuoco. Se lo lasci libero, divora tutto. Ma se impari a custodirlo, ti scalda e ti dà luce.”
Da allora, quando si sedeva a scrivere, Leonardo accendeva una piccola candela sul tavolo. Diceva che gli ricordava cosa era successo la prima volta che aveva lasciato bruciare troppo. La guardava tremare, mentre le parole tornavano a scorrere, e dentro di lui sentiva di nuovo quella forza — viva, calda, intensa — che non lo distruggeva più, ma gli dava l’energia per dare il meglio di sé.
L’utilità evolutiva della passione
Immagina un uomo vissuto migliaia di anni fa, quando la terra era fredda e selvaggia, e ogni giorno la vita dipendeva da un gesto, da una scelta, da un colpo di fortuna. Lo vediamo accucciato accanto a due pietre, le mani screpolate dal gelo, gli occhi pieni di determinazione. Sta cercando di accendere un fuoco. Ci ha provato per ore, ma niente: le scintille si spengono prima ancora di toccare i rami secchi. Attorno a lui, la tribù si stringe nelle pellicce, tremando. I bambini piangono, gli anziani tacciono. Ma lui non si arrende. C’è qualcosa dentro, una forza che non sa spiegare: è la passione, quella spinta invisibile che lo fa continuare anche quando ogni tentativo fallisce. Si ferma, osserva, cambia gesto, riprova. E poi, finalmente, una piccola fiamma si accende. È debole, ma viva. Il suo viso si illumina. Soffia piano, la nutre, la protegge. In pochi minuti il fuoco cresce, il calore si diffonde, la tribù si raccoglie attorno a quella luce nuova che danza nell’oscurità. Quell’uomo non ha solo acceso un fuoco: ha cambiato il destino del suo gruppo. Per la prima volta potranno scaldarsi, cucinare, tenere lontane le bestie, sopravvivere all’inverno. Tutto grazie a quella forza interiore che lo ha spinto a non smettere di provare.
La passione, per gli uomini antichi, era come un motore invisibile, una scintilla che teneva accesa la vita anche quando il mondo sembrava troppo duro. Non avevano strumenti, libri o macchine, solo la voglia di capire, di creare, di non arrendersi. Quella stessa passione muoveva chi passava giorni a modellare pietre per creare un’arma più efficace, chi cercava nuove vie tra le montagne, chi osservava il cielo per prevedere la pioggia. Era la passione che trasformava la curiosità in scoperta, la fatica in apprendimento.
C’erano cacciatori che non smettevano di inseguire una preda anche dopo giorni di tentativi falliti, perché dentro sentivano che valeva la pena continuare. C’erano donne che provavano e riprovavano a intrecciare fibre vegetali per creare corde più resistenti, strumenti più utili, e ogni errore diventava una lezione. C’era chi amava raccontare storie attorno al fuoco, non solo per intrattenere, ma per insegnare ai più giovani dove trovare l’acqua, come evitare i predatori, come riconoscere i frutti velenosi. La passione era anche questo: la voglia di trasmettere ciò che si sa, di non lasciare andare via la conoscenza con la morte di chi l’ha imparata.
E poi c’era un altro tipo di passione, quella che legava le persone. Due esseri umani che si sceglievano e restavano insieme, che proteggevano i figli, che costruivano un riparo, che imparavano a fidarsi. L’amore era una forma di passione, e grazie a quella unione la specie cresceva, i piccoli sopravvivevano, le comunità diventavano più forti. Anche la passione per il gruppo, per la tribù, era vitale: chi si sentiva parte di qualcosa lottava, difendeva, condivideva. Le comunità unite, mosse da legami di affetto e dedizione, sopravvivevano meglio di quelle divise.
Col tempo, quella stessa passione divenne la radice dell’ingegno umano. Chi provava curiosità per il mondo scopriva il fuoco, chi sentiva un amore profondo per la vita inventava modi per proteggerla, chi era affascinato dal cielo iniziava a contare le stelle. Ogni grande passo dell’umanità — dalla caccia organizzata all’agricoltura, dalle prime pitture rupestri ai linguaggi — è nato da un gesto di passione, da quella scintilla che diceva: *“Prova ancora. Guarda meglio. Puoi farlo.”*
La passione, dunque, non era solo un sentimento: era una forma di energia evolutiva. Permetteva agli uomini di fare cose difficili e lunghe senza mollare, anche senza una ricompensa immediata. Era ciò che spingeva un cacciatore a studiare il vento per giorni, un artigiano a perfezionare un’arma, un viaggiatore a esplorare una terra sconosciuta. Era ciò che dava senso alla fatica e forza alla speranza.
Così, nel corso del tempo, quella fiamma non si è mai spenta. È passata da una generazione all’altra, da un gesto antico a un sogno moderno. La passione ha insegnato all’uomo a sopravvivere, ma anche a creare, ad amare, a credere che ogni tentativo, anche il più piccolo, possa cambiare il mondo. E forse, in fondo, è ancora quella stessa fiamma — accesa tanto tempo fa in una notte di freddo e paura — che oggi continua a bruciare dentro di noi, spingendoci a dare il meglio, a costruire, a non smettere mai di cercare luce nel buio.
Approfondiamo
Il termine “Passione” deriva dal latino “pati”, che vuol dire “patire, soffrire”, e dal greco antico “pathos”, che unisce al dolore l’idea di un’emozione intensa, travolgente.
In spagnolo si dice “pasión”, in inglese “passion”, entrambe le parole condividono un’etimologia analoga a quella italiana. Il termine latino è stato ripreso attraverso l’antico francese passion (XII secolo), inizialmente con il significato religioso legato alla Passione di Cristo, cioè alle sue sofferenze sulla croce.
Infatti all’inizio, la parola “passione” significava soprattutto sofferenza intensa, dolore interiore profondo, qualcosa che travolge l’animo e rende difficile restare lucidi. Era una condizione che si subiva con passività: qualcosa che accadeva dentro di noi, ci attraversava e scuoteva senza che potessimo controllarla. E ci faceva perdere in parte la capacità di valutare con calma e chiarezza.
Con il tempo, però, questo significato si è trasformato. Da emozione legata alla sofferenza e al patire, la passione è diventata anche la rappresentazione di tutto ciò che accende e travolge l’animo umano, di un sentimento intenso che può spegnere la ragione e trasformare chi lo vive. Anche un interesse vivo, un coinvolgimento intenso, un desiderio profondo, un entusiasmo ardente per qualcosa o qualcuno.
Per secoli abbiamo messo la passione in contrapposizione alla ragione (il “logos”), come se il cuore ardente che ci muove fosse nemico della mente fredda che pianifica.
Eppure oggi sappiamo che non è così. La psicologia la descrive come un’emozione intensa che coinvolge pensieri, scelte e comportamenti, capace di modellare la nostra identità e orientare la vita. Non è il contrario della ragione ma il suo complemento: la ragione dà la direzione, la passione dà la spinta. Il contrario della passione è l’indifferenza.
È la forza che ci fa dedicare tempo ed energia a qualcosa che amiamo davvero, come la musica, il cibo, un ideale, il viaggiare, la natura …
La passione è come un fuoco interno.
Per i Greci questa fiamma accendeva l’esistenza e senza di essa la vita sarebbe rimasta spenta. O per dirla alla Nietzsche: Chi non sente la “musica” della passione spesso guarda con sospetto chi la sente e danza. E proprio lì sta la differenza tra trascinarsi e vivere.
Quando questa fiamma si accende, attiva nel cervello i circuiti della motivazione e della ricompensa, aumentando la spinta a perseverare, mentre la parte razionale offre rotta e misura. Per questo non va soffocata, ma nemmeno lasciata crescere senza limiti: ha bisogno di confini e pause.
Confini perché se non trova limiti divampa senza controllo e brucia e consuma.
Pause perché se non trova ossigeno si spegne.
Questo vuol dire dare ritmo e rituali alle giornate, proteggere il corpo e il sonno, aprire spazi di silenzio e di relazione, chiedersi ogni tanto: sto costruendo o sto solo correndo?
Se vuoi darle forma senza farti bruciare, ascoltala e costruiscile attorno una struttura:
Chiediti cosa ti ricarica più di quanto ti stanchi
Osserva dove il tempo vola
Scrivi da una parte ciò che ti riesce bene e dall’altra ciò che ti fa stare bene, perché quando un’attività le ha entrambe hai trovato un terreno fertile.
Nella vita di tutti i giorni la riconosciamo quando il tempo sembra cambiare consistenza, l’attenzione si fa viva, la fatica smette di essere sofferenza e diventa parte del cammino. Ci accorgiamo che non agiamo per dovere ma perché amiamo ciò che facciamo.
Non c’è bisogno di essere professionisti per viverla. Si può amare la cucina senza essere chef, nuotare senza pensare alla medaglia, scrivere senza pubblicare…
La passione non dipende dal risultato ma dalla qualità dell’esperienza, da quell’intreccio di energia, concentrazione e significato che accende il gesto.
Non è necessario scoprirla da bambini né trasformarla in mestiere: cambia, cresce, si intreccia con altre, e spesso nasce da cose semplici come curare una pianta, disegnare, camminare nel bosco. Quando sembra scomparsa, torna a bussare nei dettagli, in una luce, in una frase.
La passione è una forza che orienta la nostra energia e le dà una direzione precisa. Quando la proviamo, ogni gesto acquista un peso diverso: diventa più profondo, più significativo, più vero. Ci spinge ad andare avanti anche quando siamo stanchi, perché ci fa vedere la fatica non come un ostacolo ma come parte del cammino.
In fondo, la passione è il nome che diamo alla nostra libertà interiore quando incontra qualcosa degno del nostro tempo e della nostra dedizione. È quella forza che ci fa dire “questo conta per me”, “ne vale la pena”, e che ci fa muovere in quella direzione, anche quando non è facile.
Questa forza nasce dentro di noi, dalla nostra libertà di scegliere cosa coltivare e dove mettere la nostra energia. Possiamo orientarla verso un’arte, una persona, una causa o un progetto.
Ma la passione è una forza ambivalente e per questo è allo sia desiderata che temuta.
Ci attrae perché promette una vita intensa che ci fa sentire vivi. Ma ci spaventa anche, perché ci toglie certezze, ci espone, ci mette di fronte a noi stessi.
Proprio in questo rischio, la passione rivela la sua vera natura: è la fiamma che ci trasforma e ci accompagna verso ciò che siamo destinati a diventare. È la fiamma che se custodita con equilibrio ci scalda e ci illumina il percorso. E la vita smette di essere una fila di giorni uguali e diventa un cammino che si accende passo dopo passo.
Ci troviamo la prossima settimana con una nuova emozione… ci metterò passione per realizzarlo! ^_^
Un saluto e al prossimo articolo!


