L’emozione di questa settimana è Smarrimento.
Mi sto sentendo perso perché le vecchie certezze non funzionano più, ma questo disorientamento mi sta spingendo a trovare nuove prospettive.
Cosa ci spinge a fare?
Lo smarrimento è l’emozione che ci avvisa che abbiamo perso l’orientamento e che le vecchie certezze non bastano più. Ci spinge a togliere il pilota automatico e ci invita ad ascoltare, a osservare meglio, a fare spazio al non sapere. Ci spinge a una ricerca di senso: a cercare nuove strade, a rimetterci in discussione, a cambiare prospettiva e iniziare a costruire un nuovo equilibrio, trasformando la perdita di orientamento in un’occasione di crescita.
La storia di Marco
Marco lavorava da otto anni nella stessa azienda. Entrava alle nove, usciva alle sei, svolgeva le sue mansioni con precisione. Tutto era prevedibile, quasi rassicurante. Poi, un giorno, l’azienda annunciò una riorganizzazione: nuovi compiti, nuove procedure, nuovi responsabili. Da quel momento, per Marco, nulla fu più chiaro. I documenti che prima sapeva gestire a memoria ora gli sembravano scritti in un’altra lingua, le riunioni diventavano confusione pura, le richieste dei superiori si contraddicevano. Ogni mattina si sedeva alla sua scrivania e sentiva un groviglio salire allo stomaco. Non era stanchezza: era smarrimento.
Quel sentimento, all’inizio, lo ostacolò in modo concreto. Marco iniziò a commettere errori banali: inviava la versione sbagliata di un file, dimenticava appuntamenti, non riusciva a seguire conversazioni che prima erano routine. Una volta, durante una presentazione, si bloccò del tutto: le parole non uscivano, la mente era come sospesa. Il capo lo guardò con sorpresa, e Marco provò una vergogna che gli bruciò le guance. Tornò a casa credendo di non essere più capace di fare il proprio lavoro. Lo smarrimento lo stava schiacciando, togliendogli sicurezza e lucidità.
Poi, però, arrivò un episodio che cambiò la direzione. Un pomeriggio, mentre cercava di terminare un compito che non comprendeva, chiuse gli occhi e si rese conto di qualcosa di molto semplice: stava continuando a lavorare con la testa piena di vecchie regole. Cercava di far funzionare un mondo nuovo con la mappa del mondo passato. E quello smarrimento che tanto odiava gli stava dicendo proprio questo: “Fermati, osserva, non stai più usando gli strumenti giusti”.
Così Marco fece qualcosa di concreto: chiese aiuto. Andò da una collega esperta dei nuovi processi e le disse, senza giri di parole: “Non ci capisco più niente, puoi spiegarmelo da capo?” Lei sorrise, lo fece sedere e gli mostrò passo dopo passo le nuove procedure. Per la prima volta da settimane, Marco si sentì di nuovo presente. Nei giorni successivi seguì un piccolo corso interno, prese appunti chiari, iniziò a chiedere conferma quando non era sicuro. Lo smarrimento, che prima lo aveva bloccato, ora gli stava mostrando come imparare.
Dopo qualche mese, non solo si era adattato, ma era diventato uno dei riferimenti del suo reparto: era quello che sapeva spiegare meglio agli altri i nuovi sistemi. Una volta un giovane collega gli disse: “Grazie, con te si capisce tutto”. E Marco sorrise, perché ricordò molto bene il periodo in cui era lui a sentirsi perso.
Fu in quel momento che capì davvero cosa era successo: lo smarrimento lo aveva frenato finché aveva cercato di ignorarlo, ma lo aveva aiutato quando aveva deciso di ascoltarlo. Prima gli aveva fatto toccare il limite; poi gli aveva indicato la direzione per crescere.
Da allora, ogni volta che nella vita gli capita di non capire più cosa fare, Marco non scappa più. Sa che quello è il segnale. Sa che è il momento di fermarsi, fare spazio, osservare. Lo smarrimento non è più un nemico, ma la prima voce che gli dice: “Da qui può iniziare qualcosa di nuovo”.
L’utilità evolutiva dello smarrimento
Si racconta che molto prima che le città esistessero, quando la terra era fatta solo di foreste fitte e rocce scure, viveva un giovane cacciatore di nome Aran. Ogni mattina usciva dal suo villaggio per cercare cibo, seguendo i sentieri che conosceva a memoria: il tronco spezzato che indicava la direzione del fiume, la roccia liscia che segnava la via del ritorno, l’albero antico che sembrava proteggerlo mentre passava.
Un giorno, però, mentre rincorreva l’ombra rapida di un animale e il profumo dolce delle bacche mature, Aran non si accorse di aver superato i confini del conosciuto. Quando alzò lo sguardo, il bosco era cambiato: gli alberi erano più alti, il terreno più umido, il cielo filtrava in un modo che non aveva mai visto. Il sentiero era scomparso. In un attimo il suo respiro si fece corto, il cuore iniziò a battere forte, e una sensazione nuova gli avvolse lo stomaco: lo smarrimento.
Per un istante Aran fu tentato di correre, come fanno gli animali spaventati, ma qualcosa dentro di lui lo fermò. Era la stessa emozione che lo impauriva: lo smarrimento gli diceva di non muoversi, di non sprecare energia, di ascoltare. Così rimase immobile, lasciando che i suoni della foresta entrassero nella mente come parole da decifrare. Notò che il muschio cresceva solo su un lato degli alberi, sentì il rumore lontano dell’acqua, vide una traccia leggera nel fango che poteva essere la sua stessa impronta.
E allora iniziò a camminare piano, un passo dopo l’altro, osservando tutto come se lo vedesse per la prima volta. Quella paura leggera lo aveva reso più attento: il bosco non era più soltanto un luogo, ma una mappa viva fatta di odori, suoni e piccoli indizi. Quando finalmente ritrovò il fiume e poi il villaggio, il sole stava calando. Ma nel suo cuore c’era qualcosa di diverso: una nuova conoscenza.
La notte stessa, intorno al fuoco, Aran raccontò ai suoi compagni ciò che aveva visto e imparato. Descrisse come riconoscere il nord guardando il muschio, come distinguere il suono del vento da quello dell’acqua, come la paura di perdersi lo avesse costretto a osservare con più attenzione e a pensare prima di muoversi. Gli altri lo ascoltavano senza parlare, perché capivano che quella era la differenza tra vivere e morire: saper leggere la natura quando la natura non ti riconosce più.
Col tempo, altri giovani del villaggio iniziarono ad addentrarsi nel bosco seguendo i consigli di Aran. Alcuni tornarono con nuovi racconti, altri con nuove strategie per orientarsi, e così nacquero le prime mappe mentali, le prime collaborazioni, le prime forme di insegnamento. Tutto perché qualcuno, un giorno, si era smarrito.
È così che lo smarrimento divenne un alleato dell’uomo. Ogni volta che un cacciatore perdeva il sentiero, quell’emozione lo costringeva a fermarsi invece di correre, a osservare invece di fuggire, a pensare invece di arrendersi. Lo smarrimento apriva una pausa nella mente, una sospensione in cui il cervello smetteva di ripetere i vecchi gesti e iniziava a costruirne di nuovi. Era un piccolo laboratorio evolutivo dentro il corpo: una scintilla di confusione che accendeva l’apprendimento.
Per questo, generazione dopo generazione, gli uomini diventarono sempre più bravi a orientarsi, a memorizzare i percorsi, a prevedere i pericoli, a esplorare territori sconosciuti. Lo smarrimento aveva trasformato la paura in intelligenza, la confusione in strategia, la perdita del sentiero in capacità di crearlo.
Oggi non camminiamo più tra leoni e foreste, eppure quando qualcosa nella vita cambia troppo in fretta, quando perdiamo un’abitudine, un lavoro, una certezza, il nostro cervello fa esattamente ciò che faceva quello di Aran: si ferma, osserva, cerca una nuova strada. Lo smarrimento continua a essere la scintilla che ci ricorda che siamo fatti per imparare. È l’emozione che ci salva quando la direzione scompare, quella che ci trasforma proprio mentre ci sentiamo più fragili, quella che da sempre ci protegge dall’errore più grande: continuare a camminare senza capire dove stiamo andando.
Approfondiamo
Il termine “smarrimento” affonda le sue radici nell’italiano antico “marrire”, che a sua volta deriva dal latino “marēre”, probabilmente collegato all’espressione latina “male habēre” (“stare male”, “essere in difficoltà”). Alcuni studiosi lo riconducono anche alla radice germanica “marjan”, che porta con sé i significati di “ostacolare”, “perdere”, “fallire”. Tracce simili compaiono anche nell’antico francese con il verbo “marir”, che indicava “affliggere”, “tormentare”, “rovinare”.
In italiano, l’aggiunta del prefisso “s-”, che ha valore privativo o separativo, trasforma il verbo in “s-marrire”, dandogli il significato letterale di “perdersi”, “uscire dalla via”, “non riuscire più a ritrovare il percorso”.
Quindi rappresenta il senso profondo di perdita e deviazione dal percorso, non solo fisico, ma anche mentale ed esistenziale, già presente nella sua origine latina e poi rinforzato nel suo uso simbolico.
In spagnolo “smarrimento” si dice “desasosiego” e deriva dalla parola latina “sēsēqui / sēsēcare” che vuol dire “calma, quiete, pace interiore“, a cui si aggiungono due prefissi: a- “assenza” e des- “negazione, perdita”. Letteralmente, “des-a-sosiego” vuol dire quindi “perdita della quiete, rottura della calma, assenza di serenità”.
Se in italiano “smarrire” richiama soprattutto il “perdere la strada”, in spagnolo desasosiego indica il “perdere la quiete interna”: è lo stato di una persona che non ritrova il proprio centro, sente un vuoto momentaneo, un leggero “fuori asse”. Dentro questa parola c’è l’idea di disordine interno e sorpresa: qualcosa rompe l’equilibrio, non lo capiamo ancora, ma apre uno spazio nuovo, pieno di possibilità.
In inglese “smarrimento” si dice “bewilderment” e deriva dall’antico verbo “to wilder” (smarrire) con l’aggiunta del prefisso “be-” (che intensifica: “del tutto”) e del suffisso “-ment” (che indica uno stato / che forma nomi).
Bewilderment significa quindi “perdere completamente l’orientamento”, come quando ci si inoltra in un bosco fitto senza sentieri e ci si sente persi e confusi. Proprio come accade dentro di noi quando qualcosa rompe i nostri punti di riferimento e le mappe mentali abituali non funzionano più.
Nell’inglese antico “wild” indicava ciò che era non addomesticato, non civilizzato, non controllabile. Da lì nasce il verbo “to wilder”, che significava condurre qualcuno fuori dal sentiero noto, come se la persona si inoltrasse in un bosco fitto (troppo “selvatico”), senza punti di riferimento.
Immagina lo smarrimento come il momento in cui, senza alcun preavviso, la tua bussola interiore smette di funzionare: ciò che fino a un attimo prima era chiaro e rassicurante perde la sua forma, la direzione sfuma, le certezze si allentano e tu resti fermo, sospeso, come se il mondo avesse per un istante smesso di rispondere.
È un’esperienza più comune di quanto pensiamo: può accadere davanti a una notizia inaspettata, durante un cambiamento improvviso, in un periodo di stress o quando la vita ci chiede di cambiare passo più velocemente di quanto siamo pronti a fare. In quei momenti la mente, abituata a schemi prevedibili, perde i suoi appigli: le mappe interne non corrispondono più a ciò che sta accadendo e tutto sembra irreale, come se il terreno tremasse sotto i piedi.
Lo smarrimento nasce esattamente qui, nella distanza tra ciò che credevamo di sapere e ciò che stiamo vivendo. È un’emozione di soglia, un passaggio: il prima non funziona più e il dopo non è ancora arrivato (è un momento di “crisi”).
Il cervello, che tende a interpretare la realtà attraverso abitudini consolidate, va in tilt per un istante e sospende le sue funzioni abituali per ricalcolare una nuova rotta.
È una reazione naturale: serve a proteggerci, a darci il tempo di capire cosa sta succedendo prima di reagire, come una nebbia che scende per obbligarci a rallentare. In questo spazio sospeso si può sentire confusione, vuoto, paura leggera, un’incapacità temporanea di decidere o di interpretare ciò che proviamo.
Non è tristezza, che nasce da una perdita chiara, ma una perdita che non ha ancora nome: una rottura dell’equilibrio interno che ancora non comprendiamo. Lo smarrimento indica che qualcosa dentro di noi sta cambiando, che i vecchi schemi non bastano più, che una parte della nostra identità si è allentata per far spazio a una nuova. Per questo, anche se è scomodo, non è un errore del sistema: è un momento evolutivo, il preludio di una riorganizzazione più profonda.
Ciò che percepiamo come un vuoto è in realtà un terreno fertile in cui la mente si prepara a costruire nuovi significati. Smarrirsi significa perdere per un attimo il controllo, ma anche sospendere il bisogno di controllare tutto, lasciare che la rigidità mentale si sciolga e che l’esperienza si faccia più viva, più sensibile.
È una forma di conoscenza: quando non abbiamo più una risposta pronta, siamo costretti a guardare davvero ciò che abbiamo davanti e ciò che abbiamo dentro. Per questo nello smarrimento l’io sembra nudo, vulnerabile, ma anche più autentico. Ogni trasformazione profonda passa da questa soglia: un lutto, una separazione, un cambiamento di lavoro, una crisi personale, perfino un semplice cambio di abitudini possono aprire questo spazio intermedio in cui nulla è più familiare e nulla è ancora definito. Il cervello vive quel momento come un errore di previsione, ma in realtà è un invito: fermati, osserva, riorganizza.
È proprio quando non sappiamo più chi siamo che possiamo diventare qualcosa di nuovo. Lo smarrimento è quindi una frattura momentanea nella continuità emotiva, un punto in cui le vecchie mappe non funzionano e le nuove non sono ancora state disegnate. Può far paura perché disintegra l’illusione di controllo, ma offre qualcosa in cambio: la possibilità di una libertà più autentica, non basata su certezze ereditate, ma su una direzione che nasce da dentro.
Nello smarrirsi il mondo esterno sembra vacillare, ma in quell’instabilità la coscienza si risveglia: le emozioni diventano più chiare, il pensiero più flessibile, la percezione più acuta. È come camminare in un bosco nella nebbia: i contorni scompaiono, ma il silenzio amplifica ciò che di solito non sentiamo. E quando la nebbia si apre, ciò che emerge non è più il vecchio sentiero, ma un sentiero nuovo che non avremmo visto senza esserci persi.
Ecco perché si dice che smarrirsi è l’inizio del cammino autentico: solo quando la mappa scompare possiamo davvero scegliere la direzione. Lo smarrimento ci insegna a stare nel non sapere, a non scappare dal vuoto, ad ascoltare ciò che la mente e il cuore tentano di riorganizzare. È la crisi che precede la trasformazione, il momento in cui le vecchie certezze si sgretolano e nasce la possibilità di una conoscenza più profonda di sé.
E allora forse non c’è nulla da temere nello smarrirsi: è la vita che ci conduce su vie non ancora tracciate, chiedendoci di rallentare, di osservare, di sentire. Smarrirsi non è perdersi: è prepararsi a ritrovarsi. È il momento in cui, spogliati delle abitudini, possiamo finalmente vedere dove siamo, e soprattutto chi stiamo diventando.
Ci troviamo la prossima settimana con una nuova emozione… non “perdetelo”! ^_^
Un saluto e al prossimo articolo!


