L’emozione di questa settimana è soddisfazione.
Mi sto sentendo felice e più sicuro di me, per quanto ho realizzato usando a pieno le mie capacità ed il mio impegno.
COSA CI SPINGE A FARE?
La soddisfazione è un’emozione che nasce dal successo delle nostre azioni e che ci spinge a migliorare e a perseverare. È quella sensazione di appagamento che proviamo dopo aver superato una sfida, completato un progetto o raggiunto un traguardo. La soddisfazione ci incoraggia a puntare più in alto, rafforzando la fiducia in noi stessi e insegnandoci che con impegno e costanza possiamo ottenere risultati sempre migliori.
LA STORIA DI MARCO
Marco si tolse il casco da ciclista e lo appoggiò con cura sul tavolo. Il sudore gli imperlava la fronte, il cuore batteva ancora forte dopo la lunga pedalata. Era da mesi che si allenava per la gara cittadina e finalmente quel giorno aveva superato il suo record personale. La soddisfazione lo avvolse come un caldo abbraccio. Si sentiva invincibile, come se niente potesse fermarlo. Così, quella sera decise di festeggiare. Si concesse una cena abbondante, un bicchiere di vino di troppo e andò a letto tardi. Il giorno dopo, durante l’allenamento, le gambe erano pesanti, il respiro affannoso. Ogni chilometro sembrava interminabile. La soddisfazione del giorno prima lo aveva tradito: si era lasciato andare, troppo sicuro di sé. E quel giorno, anziché migliorare, si sentì regredire. Capì che non bastava sentirsi soddisfatti una volta per essere arrivati al traguardo.
Ma la soddisfazione non è solo un’illusione che distrae. Pochi giorni dopo, mentre sedeva davanti al computer nel suo ufficio, Marco ricevette una mail importante: il suo progetto per il nuovo piano di sostenibilità aziendale era stato approvato. Aveva lavorato mesi su quell’idea, limando ogni dettaglio, affrontando notti insonni e mille revisioni. E ora era tutto confermato: il suo lavoro sarebbe stato implementato a livello nazionale. Una scarica di adrenalina lo attraversò, il cuore gli batté forte come durante le sue pedalate migliori. Si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi per un attimo, assaporando la sensazione. Quella soddisfazione non lo fece sedere sugli allori, anzi. Lo spinse a lavorare con ancora più passione, a migliorare il progetto, a rendere quel successo solo il primo di molti.
Marco imparò così che la soddisfazione può essere un’arma a doppio taglio: può cullarti nell’illusione che il lavoro sia finito, ma può anche essere la scintilla che accende il desiderio di fare sempre meglio. Quella lezione lo accompagnò per tutta la vita, nella carriera e nello sport, insegnandogli a distinguere tra il compiacimento che ferma e la soddisfazione che spinge avanti.
L’UTILITà EVOLUTIVA DELLA SODDISFAZIONE
Il sole stava tramontando dietro le montagne, tingendo il cielo di rosso e oro. Nella valle, il piccolo Urak avanzava tra i cespugli, con il cuore che gli batteva forte nel petto. Aveva camminato a lungo quel giorno, i piedi scalzi graffiati dai rami secchi, il ventre che brontolava per la fame. Sapeva che non poteva tornare a mani vuote. La sua famiglia contava su di lui, e nel villaggio tutti avevano bisogno di cibo per affrontare la notte.
All’improvviso, un profumo dolce gli solleticò le narici. Si fermò, annusò l’aria e seguì l’odore fino a un albero pieno di frutti succosi. I rami erano carichi, il colore vivido gli fece venire l’acquolina in bocca. Con mani agili, Urak iniziò a raccoglierli, riempiendo la sua sacca di pelle con quanti più riusciva a portare. Ogni frutto che cadeva tra le sue mani lo riempiva di un calore nuovo, una gioia silenziosa che gli diceva che stava facendo qualcosa di buono. Quando la sacca fu piena, si voltò e corse a casa, il cuore leggero, la paura sostituita da un’energia nuova.
Quando tornò alla caverna, la sua famiglia lo accolse con sorrisi sorpresi. I bambini affamati si avvicinarono, gli adulti annuirono con approvazione. Sua madre accarezzò il suo viso sporco di terra, suo padre gli diede una pacca sulla spalla. Quella sera, mentre tutti mangiavano i frutti dolci e succosi, Urak si sentì felice. La sensazione di benessere che lo avvolse era nuova, profonda. Aveva aiutato gli altri, aveva fatto qualcosa di utile. Quella era soddisfazione, ed era una fiamma che lo avrebbe spinto a farlo ancora.
I giorni passavano, e Urak ricordava sempre quell’albero. Tornò a raccogliere i frutti, e con il tempo imparò a riconoscere i momenti giusti per coglierli, a conservare quelli in eccesso, a condividere il segreto con gli altri. Insieme, gli uomini del villaggio iniziarono a costruire strumenti per raccogliere meglio il cibo, e grazie a questo, le scorte crebbero. Ogni nuova scoperta portava con sé quella stessa sensazione, quel calore che li spingeva a migliorare, a fare di più, a superare i propri limiti.
Col passare del tempo, la soddisfazione divenne il loro faro. Li spinse a trovare modi più efficaci per cacciare, a costruire rifugi più resistenti, a capire che il fuoco non era solo luce e calore, ma un alleato prezioso. Ogni volta che qualcuno riusciva in qualcosa di nuovo, quella fiamma interiore si accendeva, insegnando loro che stavano andando nella direzione giusta.
Un giorno, un cacciatore del villaggio riuscì a costruire una lancia più robusta, affilata e precisa. La prima volta che colpì la preda con un solo colpo, il cuore gli esplose di gioia. Tornò al villaggio con la carne fresca, raccontò agli altri il suo metodo e insegnò loro a farlo. La soddisfazione che provò si trasformò in insegnamento, e così il villaggio imparò a cacciare meglio. Lo stesso accadde con il fuoco: il primo uomo che riuscì a domarlo provò un’emozione così forte che non poté fare a meno di trasmettere il suo sapere agli altri.
Era la soddisfazione a spingerli avanti, come un richiamo silenzioso che diceva: “Questo è utile, fallo ancora!” Senza quella sensazione, forse non avrebbero continuato a migliorarsi, forse non avrebbero avuto la voglia di esplorare, di creare, di insegnare. La soddisfazione era più di una semplice emozione: era la chiave della loro sopravvivenza, la scintilla che li avrebbe guidati nei millenni successivi, fino ai giorni nostri.
APPROFONDIAMO
Il termine “Soddisfazione” deriva dal latino “satisfàcere” composto da “satis” che vuol dire “sufficiente, abbastanza” e da “fàcere” che vuol dire “fare” col significato di “fare a sufficienza” o di “fare abbastanza”.
Quindi rappresenta il fare qualcosa in modo che sia sufficiente e completo, in modo da accontentare qualcuno o se stessi.
Originariamente, il termine si riferiva all’atto di adempiere a un obbligo o di saziare un bisogno, una necessità. Successivamente è passato a indicare l’appagamento e la gratitudine che nasce dal riconoscere il valore di ciò che abbiamo fatto, raggiunto o vissuto.
La soddisfazione nasce quando riteniamo di aver fatto ciò che era necessario, di aver raggiunto un traguardo, di aver dato un senso e un valore al nostro impegno.
Cosa succede nel cervello quando proviamo soddisfazione?
Il nostro cervello, attraverso il sistema della ricompensa, rilascia dopamina quando raggiungiamo un obiettivo, facendoci provare piacere e appagamento.
Questo meccanismo è stato essenziale per la nostra evoluzione: gli esseri umani hanno imparato a ripetere azioni che portavano a risultati positivi, come cacciare con successo, costruire un rifugio sicuro o risolvere problemi complessi. In altre parole, la soddisfazione non è solo una sensazione piacevole, ma una strategia di sopravvivenza che ci spinge a migliorare continuamente.
La soddisfazione si manifesta in molteplici aspetti della nostra vita: nel lavoro, nei rapporti sociali, nella realizzazione personale.
La soddisfazione è un equilibrio delicato tra il desiderio di raggiungere nuovi obiettivi e la capacità di godere di quelli già conquistati.
Il fenomeno dell’adattamento edonico, studiato in psicologia, spiega come l’essere umano si abitui rapidamente ai successi, riducendo nel tempo il piacere che ne deriva e spingendosi alla ricerca di nuove mete. Questo spiega perché, nonostante si ottengano successi personali o professionali, spesso si avverta la sensazione di voler qualcosa di più.
Il rischio è cadere in una spirale di insoddisfazione, rincorrendo continuamente nuovi traguardi senza mai fermarsi ad apprezzare quelli già raggiunti.
Ma allora qual è il segreto per una soddisfazione autentica e duratura? La risposta risiede nella consapevolezza e nella capacità di apprezzare il processo, non solo il risultato. Essere soddisfatti non significa semplicemente ottenere qualcosa, ma riconoscere il valore dell’impegno, della crescita e dell’esperienza vissuta lungo il cammino.
Studi scientifici dimostrano che più ci impegniamo in qualcosa, maggiore sarà il valore che le attribuiamo. Questa è la ragione per cui un lavoro ben fatto, un obiettivo raggiunto con fatica o una passione coltivata con dedizione generano una soddisfazione profonda e duratura. Se tutto fosse facile, se non ci fosse bisogno di impegno, il valore di ciò che otteniamo sarebbe irrilevante. Per questo motivo, la soddisfazione non si trova nel possedere qualcosa, ma nel processo che porta a ottenerlo. Se vuoi davvero provare soddisfazione, devi immergerti completamente in quello che fai, trovare significato nell’azione e non solo nel suo esito.
La soddisfazione cresce di pari passo con la fiducia nelle proprie capacità di affrontare e superare le sfide. Quando ci sentiamo competenti e in grado di influenzare positivamente la nostra realtà, la soddisfazione cresce. Questo spiega perché le persone che affrontano sfide e sviluppano competenze spesso provano una sensazione più duratura di appagamento rispetto a chi ottiene successi casuali o senza sforzo.
Il concetto di soddisfazione, inoltre, si lega strettamente alla gratitudine: quando siamo consapevoli di ciò che abbiamo ottenuto, quando riusciamo ad apprezzare anche le piccole conquiste quotidiane, la nostra mente si allena a riconoscere il valore della nostra esperienza. La gratitudine è infatti una delle strategie più efficaci per incrementare la soddisfazione, poiché ci aiuta a spostare il focus da ciò che manca a ciò che già possediamo.
E qui entra in gioco un altro aspetto cruciale: la meditazione e la capacità di vivere il presente. In un mondo in cui siamo costantemente spinti a guardare avanti, a pianificare il futuro e a rincorrere nuovi traguardi, perdiamo di vista il valore del momento presente. La meditazione aiuta proprio in questo: ci insegna a portare attenzione consapevole alle nostre esperienze, a dare valore a ogni gesto, a ridurre il desiderio incessante di qualcosa di nuovo. Quando riusciamo a concentrarci su quello che stiamo facendo, senza distrazioni e senza ansia per il risultato, la soddisfazione emerge in modo naturale.
Ogni giorno ci offre opportunità di soddisfazione, ma spesso siamo così presi dalla routine da non accorgercene. Poi dobbiamo ricordarci che l’impegno è la chiave per dare valore alle nostre esperienze. Se ci dedichiamo con passione a ciò che facciamo, la soddisfazione arriverà spontaneamente.
Spero anche voi siate soddisfatti quanto me di quanto realizzato finora. Comunque non è finita perché la prossima settimana ci sarà una nuova emozione.
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

