L’emozione di questa settimana è sofferenza.
Sto sopportando a fatica questa situazione e il dolore, che da un lato mi schiaccia, dall’altro mi spinge a cambiare.
COSA CI SPINGE A FARE?
La sofferenza è il modo in cui interpretiamo il dolore. Il dolore è un sistema che supporta il nostro istinto di preservazione. Il dolore è inevitabile e ci spinge a correggere una situazione: se la pentola scotta il dolore ci fa ritrarre subito la mano e ci avvisa di prenderci cura delle dita che si sono bruciate. La sofferenza invece è una scelta. È come interpretiamo il dolore e reagiamo di conseguenza. La sofferenza nasce dai nostri pensieri: “Sono un idiota. E se non potrò più usare la mano come prima? E se perdo il lavoro?”. La sofferenza si insinua, amplificata dai dubbi e dalla paura, e si trasforma in una narrativa negativa che ci fa sentire inadeguati, insicuri e vulnerabili.
LA STORIA DI ELIAS
C’era una volta un giovane musicista di nome Elias, noto per il suo talento con il violino. La sua musica era un rifugio per lui e una gioia per gli altri, ma dietro quelle note perfette si celava un cuore tormentato. Elias aveva conosciuto il dolore presto, quando aveva perso sua madre in un incidente d’auto. Quel giorno aveva abbandonato il violino, incapace di toccare lo strumento che sua madre amava ascoltare.
Per anni il dolore lo aveva immobilizzato, come una catena invisibile che gli impediva di vivere pienamente. Ogni volta che qualcuno gli chiedeva di suonare, sentiva un nodo alla gola e le mani gli tremavano. Una volta, durante un’audizione per un’importante orchestra, si bloccò davanti alla giuria. Il violino sembrava un oggetto estraneo tra le sue mani, e l’unica cosa che riuscì a fare fu scusarsi e uscire dalla sala, umiliato e sconfitto. Quella notte, il dolore si trasformò in una voce severa nella sua mente, che gli ripeteva di non essere abbastanza bravo e di non meritare di suonare.
Passarono altri anni, e Elias si ritrovò a insegnare musica ai bambini di un piccolo paese. Non aveva mai più suonato in pubblico, ma trovava conforto nel vedere i suoi studenti crescere e appassionarsi alla musica. Un giorno, però, uno dei suoi allievi, un ragazzino di nome Luca, smise improvvisamente di frequentare le lezioni. Elias scoprì che Luca aveva perso il padre in un incidente e non riusciva più a trovare la forza di suonare. Quelle parole risuonarono dolorosamente familiari.
Fu in quel momento che Elias capì che il dolore non doveva essere una catena. Si sedette accanto a Luca e gli raccontò della sua esperienza. Per la prima volta, Elias prese il violino e iniziò a suonare una melodia dolce e malinconica, ispirata ai ricordi di sua madre. Le note sembravano parlare al cuore di Luca, e il ragazzino pianse, ma non di tristezza: era come se quella musica gli avesse dato il permesso di sentire e accettare il proprio dolore.
Quella notte, Elias rimase sveglio a lungo, riflettendo su come il dolore avesse paralizzato la sua vita per anni. Ora, però, lo sentiva diverso. Non era più un ostacolo, ma un ponte. Capì che il dolore non era solo una ferita, ma anche una guida: gli aveva insegnato la compassione, la connessione e la capacità di trasformare la sofferenza in qualcosa di bello.
Da quel giorno, Elias tornò a suonare in pubblico. Le sue esibizioni erano un miscuglio di dolore e speranza, capaci di commuovere chiunque le ascoltasse. Il dolore che un tempo lo aveva ostacolato ora era la sua ispirazione più profonda, un filo invisibile che legava le sue note ai cuori di chi lo ascoltava. Elias aveva trovato nel dolore un alleato, trasformandolo da nemico in maestro.
L’UTILITà EVOLUTIVA DELLA SOFFERENZA
La tribù degli Orok viveva in una vasta pianura circondata da foreste dense e montagne imponenti. Era un gruppo primitivo, legato alla natura e alle sue risorse, ma esposto a grandi pericoli e difficoltà. La sofferenza, nelle sue molteplici forme, giocò un ruolo fondamentale nella loro sopravvivenza e nel loro progresso.
Un giorno, mentre la tribù era impegnata in una battuta di caccia, un giovane cacciatore di nome Tor si ferì gravemente a una gamba, cadendo in una trappola per animali. Il dolore lancinante lo costrinse a fermarsi, e il gruppo interruppe la caccia per aiutarlo. La ferita si infettò rapidamente, e Tor fu costretto a restare immobile per settimane. Durante quel periodo, la tribù si adattò: gli altri cacciatori si assunsero maggiori responsabilità e condivisero il cibo con Tor, mentre le donne anziane lo curavano con erbe e rimedi che avevano imparato a conoscere grazie alle sofferenze passate.
Questo evento, che inizialmente sembrava solo un ostacolo, divenne una lezione preziosa. La tribù capì che servivano metodi più sicuri per spostarsi durante la caccia e che era importante tenere a portata di mano materiali per medicare le ferite. Gli anziani iniziarono a insegnare ai giovani le tecniche di primo soccorso e a migliorare le trappole per renderle meno pericolose. Così, la sofferenza di Tor non fu vana: diventò una spinta per l’innovazione e per rafforzare la coesione del gruppo.
In un altro momento, una lunga siccità colpì la regione, prosciugando i fiumi e rendendo impossibile trovare cibo e acqua. La tribù cominciò a soffrire terribilmente: molti si ammalarono, i bambini piangevano per la sete, e gli adulti lottavano per non perdere la speranza. Fu in questa situazione che Nala, una delle leader della tribù, decise di agire. Osservando il comportamento degli animali, notò che alcuni uccelli si dirigevano verso le montagne. Propose quindi di organizzare una spedizione per cercare una fonte d’acqua. Il viaggio fu duro e pericoloso, ma alla fine gli esploratori trovarono un piccolo lago nascosto tra le rocce. Tornarono con l’acqua e la notizia, e la tribù si trasferì temporaneamente vicino al lago, salvandosi dalla siccità. Quell’esperienza insegnò loro l’importanza di osservare la natura e di agire insieme per superare le difficoltà. Costruirono strumenti per trasportare l’acqua e iniziarono a conservare cibo per le emergenze future.
In entrambi gli episodi, la sofferenza giocò un ruolo centrale. Nel caso di Tor, il dolore fisico portò alla nascita di nuove conoscenze e pratiche che avrebbero reso la tribù più sicura. Durante la siccità, la sofferenza condivisa unì il gruppo, ispirando creatività e solidarietà. La tribù degli Orok imparò che il dolore e la sofferenza, per quanto difficili, potevano essere trasformati in forza, crescita e resilienza.
APPROFONDIAMO
Il termine “soffrire” deriva dal latino “suf-ferre” composto da “sub” che vuol dire “sotto” e “ferre” (verbo “fero”) che vuol dire “portare”. Letteralmente “portare su di sé”, “sop-portare”.
Quindi rappresenta il sopportare, il tollerare, il resistere a qualche cosa di penoso, il patire.
Noi soffriamo quando ci carichiamo di un peso che dobbiamo portare da soli, un peso che trasciniamo con fatica, altrimenti non soffriremmo.
E la metafora del “peso che mi sento sulle spalle” rimarca proprio questo concetto; è come se sentissimo davvero qualcosa di pesante sulle spalle, una metafora che ci aiuta a capire quanto la sofferenza sia fisicamente intensa, quasi palpabile.
Questo significato originario ci offre uno spunto per riflettere sul modo di dire: “sentire un peso sulle spalle”. Un peso che ci sembra di portare quando affrontiamo la sofferenza. Il linguaggio stesso ci guida in questa comprensione, rendendo palpabile ciò che altrimenti è solo una sensazione interiore.
La sofferenza, che sia fisica o morale, è legata a questa idea di sopportazione, di resistenza, di lotta contro qualcosa che ci sovrasta e che spesso ci appare insopportabile. Ma soffrire implica anche forza. Portare un peso significa avere la capacità di sostenerlo, e talvolta, di sostenere anche gli altri.
È questa capacità che ci rende umani, quella forza che ci spinge a cercare consolazione e a offrirla. Quando soffriamo, cerchiamo un abbraccio, un appoggio, un conforto, e a volte, siamo noi stessi a offrirli, in uno scambio reciproco che trasforma il dolore in qualcosa di condiviso, forse meno opprimente.
Ma quale è il senso di questo dolore?
Se guardiamo alla sua funzione più essenziale, scopriamo che il dolore, per quanto sgradito, ha un ruolo fondamentale: è un campanello d’allarme. Quando qualcosa nel nostro corpo o nella nostra mente non funziona, il dolore ci spinge a intervenire, a cercare una soluzione. Un mal di denti ci porta dal dentista; una bruciatura ci costringe a staccare la mano da una superficie rovente.
Questo meccanismo è chiaro quando parliamo di dolore fisico, ma diventa più complesso quando affrontiamo il dolore psicologico. La sofferenza interiore è spesso meno diretta, meno comprensibile, e se non affrontata adeguatamente, può degenerare in qualcosa di più profondo, come la depressione.
Il dolore, infatti, è sia una realtà sensoriale che emotiva. Non è solo il risultato di un danno fisico o tissutale; è un’esperienza che coinvolge l’interezza del nostro essere. Rappresenta il modo in cui il nostro corpo e la nostra mente ci segnalano che qualcosa non va, ma quando il dolore persiste e si intensifica, può trasformarsi in una malattia a sé stante.
La sofferenza, in questo contesto, diventa non solo il riflesso di un trauma, ma anche l’espressione di una condizione interiore che può essere difficile da identificare e ancora più ardua da affrontare. Questo è particolarmente vero per chi vive situazioni di dolore prolungato, dove il corpo e la mente si trovano intrappolati in un circolo vizioso di disagio e reazioni emotive.
Eppure, nonostante tutto, il dolore ha un potenziale evolutivo. Ci costringe a fermarci, a riflettere, a cambiare rotta.
Nella sofferenza si nasconde la possibilità di trasformazione. Ciò non significa che il dolore debba essere idealizzato o cercato, ma che, una volta presente, può diventare un catalizzatore per il cambiamento. Le difficoltà che la vita ci pone davanti – una perdita, una delusione, un fallimento – ci spingono a esplorare nuove strade, a trovare risorse dentro di noi che non sapevamo di possedere.
Questo processo è simile a un rito di passaggio: un’esperienza che ci trasforma, che ci permette di vedere il mondo con occhi diversi. Accettare la sofferenza non significa rassegnarsi, ma piuttosto abbracciarla come parte integrante della vita.
Il dolore è inevitabile ma la sofferenza, ossia il modo in cui reagiamo al dolore, è una scelta. La nostra mente ha la straordinaria capacità di amplificare o ridurre il dolore, a seconda di come lo interpretiamo.
Spesso, ci aggrappiamo al dolore, lo alimentiamo con pensieri ossessivi, lo lasciamo crescere fino a soffocarci. Ma possiamo anche imparare a osservarlo con distacco, a riconoscerlo per quello che è: un messaggio, non una condanna.
Imparare a soffrire, come suggeriscono i maestri spirituali, significa soffrire meno. Non si tratta di negare il dolore, ma di trasformarlo in un’opportunità per crescere, per scoprire nuove dimensioni di noi stessi e della vita. Questa trasformazione richiede coraggio, pazienza e una grande dose di consapevolezza. Richiede di guardarsi dentro, di accettare la propria vulnerabilità, di lasciar andare ciò che non possiamo controllare.
La sofferenza ci insegna l’importanza della gratitudine e della compassione. Ci ricorda quanto sia preziosa la gioia, quanto siano significativi i legami umani. Ogni dolore porta con sé una lezione, ogni ferita è un’opportunità per guarire non solo se stessi, ma anche chi ci sta accanto. In questo senso, la sofferenza non è mai inutile. Anche nei momenti più bui, possiamo trovare una luce, un senso, un motivo per andare avanti. La sofferenza è parte della nostra condizione umana, ma non è la nostra condanna. È una porta che si apre su nuove possibilità, un richiamo a vivere in modo più autentico, a riscoprire la bellezza e la profondità della vita in tutte le sue sfumature. Accogliere questa verità è il primo passo per trasformare la sofferenza in una forza che ci eleva, che ci rende più umani, più forti, più vivi.
Se ti addolora il fatto che anche questa emozione è giunta al termine della spiegazione… Pensare che tra una settimana ci sarà una nuova emozione, ti farà soffrire di meno. ^_^
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

