L’emozione di questa settimana è sollievo.
Sto sentendo scaricare la tensione accumulata e mi sento più leggero perché ritengo superata, o comunque alleviata, la preoccupazione che avevo.
COSA CI SPINGE A FARE?
Il sollievo è la sensazione di leggerezza e tranquillità che si prova quando termina una situazione difficile o una preoccupazione. È come togliersi un peso di dosso. È il ritorno alla serenità dopo un periodo di turbamento, come la calma che segue una tempesta, e ci ricorda che le difficoltà possono essere superate.
Il sollievo ci spinge a lasciar andare tensioni e paure accumulate, a rilassarci, a recuperare le energie e prendere nuove decisioni con una mente più chiara e calma.
LA STORIA DI LUCA
Quando Luca scese dal treno e vide il cielo limpido sopra la città che non visitava da anni, provò un leggero senso di sollievo. Aveva lasciato dietro di sé giorni intensi di lavoro e problemi familiari, e quell’aria fresca e familiare lo fece sentire, per un attimo, come se tutto potesse andare per il meglio. Era venuto per un colloquio importante, l’occasione per rilanciarsi in un settore che amava ma da cui si era allontanato troppo a lungo. Il giorno del colloquio arrivò in orario, con il curriculum ben sistemato in cartella e una buona dose di ottimismo. Quando uscì dall’ufficio, però, gli sembrò di aver fatto un mezzo disastro: troppe pause, risposte poco incisive, battute nervose fuori luogo. Il sollievo arrivò inaspettato, quando ricevette una mail poche ore dopo: “Colloquio superato, inizierai la settimana prossima”. Luca crollò sulla sedia della sua stanza d’albergo, sollevato. Un peso enorme sembrava sparito. Non però la tensione del momento, ma quella che si era portato dietro per mesi. Si sentiva finalmente libero, come se avesse scalato una montagna e ora potesse riposare sulla cima.
Quella notte dormì profondamente. Il giorno dopo, per festeggiare, decise di visitare un museo. Poi mangiò in un ristorante elegante, passeggiò senza meta per ore. Nei giorni seguenti però, il sollievo si trasformò in una sorta di stasi: ogni volta che pensava di prepararsi al nuovo inizio, si diceva che aveva tempo, che meritava di rilassarsi ancora un po’. Il sollievo lo aveva rallentato, come una coperta troppo calda che impedisce di uscire dal letto. Quando il primo giorno di lavoro arrivò, Luca si rese conto di non aver fatto nulla per prepararsi. Non aveva rivisto gli ultimi aggiornamenti del settore, non aveva pensato a come gestire il suo tempo o a cosa volesse davvero ottenere da quel nuovo inizio. Il sollievo, inizialmente benefico, si era trasformato in una trappola sottile: si era adagiato, e ora pagava il prezzo di quel disimpegno. I primi giorni furono difficili, pieni di incertezze e errori che avrebbe potuto evitare. La sua insicurezza emerse subito, e dovette faticare il doppio per recuperare terreno.
Ma Luca era tenace, e nonostante il passo falso iniziale, iniziò a rimettersi in carreggiata. Con il tempo imparò dai suoi errori, iniziò a prendere iniziative e a migliorare giorno dopo giorno. E quando, qualche mese dopo, gli venne assegnato un progetto complesso e molto visibile, sentì tutta la tensione accumularsi dentro di lui. Lavorò per giorni con ritmi serrati, affrontando dubbi, cambi di direzione, critiche e momenti di stanchezza mentale. Il giorno della presentazione, con il fiato corto e le mani che sudavano, Luca riuscì a mantenere la calma e a concludere tutto nel migliore dei modi. Quando uscì dalla sala riunioni, i colleghi lo accolsero con sorrisi e pacche sulle spalle. Anche il responsabile si avvicinò per congratularsi. Fu allora che il sollievo tornò, ma questa volta in modo diverso. Non era più quella fuga dal peso, ma una carezza leggera dopo uno sforzo sincero. Un sollievo che non addormentava, ma che dava nuova energia. Sentì il cuore più leggero e la mente più lucida. Quell’emozione, ora, lo stava aiutando: lo rafforzava, lo rassicurava, gli diceva che era sulla strada giusta. Luca sorrise, non per vanità, ma per gratitudine. Aveva imparato che il sollievo, se vissuto con consapevolezza, può essere la fine di una fatica o l’inizio di una rinascita. Dipende solo da come scegli di accoglierlo.
L’UTILITà EVOLUTIVA DEL SOLLIEVO
Il sole stava appena calando quando Gor, un giovane cacciatore del villaggio della grande valle, si addentrò nel folto della foresta con la lancia stretta tra le mani. Era solo, in cerca di tracce fresche che potessero condurlo a una preda abbastanza grande da sfamare la sua famiglia. I rami scricchiolavano sotto i suoi piedi nudi, e ogni suono tra le foglie lo teneva in allerta. Ad un certo punto, il silenzio si fece più intenso, innaturale. Un fruscio alle sue spalle lo fece voltare di scatto: due occhi gialli brillavano tra le ombre, bassi, fissi su di lui. Era un leone. Il cuore di Gor cominciò a martellare nel petto, i muscoli si irrigidirono, le gambe prontissime a scattare. Il tempo sembrò rallentare. Il giovane capì subito che affrontarlo sarebbe stato un suicidio. Lo sguardo veloce intorno cercò una via di salvezza e la trovò in un albero robusto a pochi metri. Senza pensare, corse, si arrampicò con tutta la forza della paura e si issò tra i rami più alti, mentre il leone ringhiava sotto di lui. Rimase immobile, il respiro corto, il corpo teso, la lancia stretta tra le dita sudate. Il predatore fece alcuni giri sotto l’albero, poi lentamente si allontanò nella boscaglia, inghiottito dalle ombre. Gor restò aggrappato al tronco ancora per qualche minuto, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Poi, improvvisamente, arrivò il sollievo. Un’ondata calda che gli attraversò il corpo, le spalle che si rilassavano, i muscoli che si distendevano, il respiro che tornava regolare. Non era solo il pericolo passato. Era come se la sua mente gli stesse dicendo: “Ora puoi fermarti. Sei salvo.” Scese lentamente, sedette con la schiena contro il tronco e rimase in silenzio a guardare il cielo che si scuriva. Quel sollievo non era solo pace: era lucidità. Gli permise di pensare con chiarezza a ciò che era successo. Capì che era entrato troppo in profondità nella foresta senza avere vie di fuga. Capì che quell’albero, dalla corteccia ruvida e dai rami forti, era la sua salvezza, e che la prossima volta avrebbe dovuto cercare rifugi del genere prima di spingersi troppo oltre. Quando rientrò al villaggio, la tribù lo circondò per ascoltare la sua storia. Raccontò ogni dettaglio, e mentre parlava, i volti degli altri si rilassavano con lui. Ridevano nervosamente alla fine del racconto, lo abbracciavano, condividevano quel sollievo collettivo che nasceva dalla consapevolezza che, per questa volta, la morte era stata evitata. Quella risata condivisa era un altro dono del sollievo: rendeva il gruppo più unito, più forte. Nei giorni successivi, Gor ripensò spesso a quell’incontro. Il sollievo gli aveva permesso di non rimanere bloccato dalla paura, ma di usarla per imparare. Capì che quella sensazione di calma dopo il terrore non era solo una tregua, era uno strumento. Grazie al sollievo, il suo corpo e la sua mente potevano recuperare, trovare energia, analizzare, prepararsi a nuove sfide. Senza di esso, sarebbe stato costantemente in tensione, le forze si sarebbero consumate, e ogni errore si sarebbe sommato al precedente. Ma così, invece, poteva andare avanti. Il sollievo, compagno silenzioso degli uomini fin dall’inizio dei tempi, era ciò che li aiutava a non cedere alla paura, a ricordare, a imparare, a condividere e a sopravvivere insieme.
APPROFONDIAMO
Il termine “Sollievo” deriva dal latino “sublevare” composto dalla preposizione “sub-” che vuol dire “sotto” e da “levare” che vuol dire “alzare”.
Quindi il significato originario era di “alzare da sotto”, come aiutare qualcuno a rialzarsi da terra, di “sollevare” e, per estensione, di “alleviare un peso“, di “prender animo”, di “conforto”.
In effetti, è proprio questo che il sollievo fa: ci solleva da una condizione gravosa, ci libera da un peso che ci opprime e ci restituisce leggerezza, calma e lucidità.
Il sollievo è quel momento preciso in cui il corpo si ferma, il cuore rallenta e l’anima tira un lungo respiro, come se avesse aspettato quell’attimo per secoli. Ma per capire davvero cosa sia il sollievo, bisogna prima conoscere il peso. Immagina una persona che cammina portando sulle spalle uno zaino che non ha scelto, pieno di dubbi, paure, aspettative e pensieri che non riesce a mettere a tacere. Ogni passo è più faticoso del precedente, ogni respiro più corto, più affannoso. Poi, all’improvviso, accade qualcosa. Forse è una notizia positiva, una parola gentile, un piccolo successo, o semplicemente il tempo che fa il suo corso. Qualcosa cambia. Lo zaino cade, o forse si alleggerisce. Il corpo si raddrizza, il respiro si fa profondo, lo sguardo torna limpido. Ecco, in quell’istante in cui tutto si distende, in cui la tensione si scioglie come neve al sole, quello è il sollievo.
Il sollievo è quella carezza silenziosa che ci dice: “Ora puoi riposare.” Ed è proprio in quel riposo che iniziamo a guarire. Perché il sollievo non è solo la fine della sofferenza, ma l’inizio della rinascita. In quel momento, il corpo smette di combattere e comincia a ripararsi, la mente smette di correre e comincia a riflettere, il cuore smette di temere e comincia a sperare.
Lo proviamo dopo un esame che temevamo, quando scopriamo che è andato meglio del previsto. Lo sentiamo quando ci svegliamo da un incubo e ci rendiamo conto che non era reale. Oppure quando riceviamo una diagnosi meno grave di quanto temessimo.
Freud parlava di una tensione interna che l’essere umano cerca costantemente di ridurre. Il sollievo è proprio la manifestazione di questa riduzione. Quando la tensione si dissolve, compare la pace, ed è in quella pace che diventiamo più lucidi, più creativi, più umani. Il sollievo, quindi, è una transizione. Un passaggio tra il buio e la luce, tra il rumore e il silenzio, tra la fatica e la calma. Non è mai fine a se stesso. Dopo il sollievo, viene la gratitudine. Ci accorgiamo di quanto pesava ciò che portavamo solo quando smettiamo di portarlo. E quella gratitudine ci cambia. Cambia il nostro modo di vedere le cose, ci rende più umili, più consapevoli, più compassionevoli.
Il sollievo può arrivare da un abbraccio, una musica, una risata improvvisa. Ma non arriva sempre da fuori. Spesso è qualcosa che nasce dentro. Può essere una decisione presa con coraggio, una verità accettata dopo lunghe negazioni, un perdono concesso a se stessi o agli altri. A volte arriva dopo un pianto liberatorio, altre volte dopo una lunga camminata da soli, con la mente che finalmente si libera dal vortice.
Anche il corpo conosce bene il sollievo: lo sente nella distensione dei muscoli, nella respirazione che si fa più profonda, in quella sensazione di leggerezza che sembra quasi farci volare. Ed è qui che il sollievo diventa un alleato prezioso. Ci insegna che la sofferenza ha una fine. Ci ricorda che ogni ciclo si chiude, che ogni tempesta passa, che ogni notte ha la sua alba. E non solo: ci mostra che possiamo resistere, che siamo più forti di quanto pensassimo.
Il sollievo è anche memoria. Quando ci ricordiamo di aver già superato momenti difficili, sappiamo che possiamo farlo ancora. Diventa una risorsa interiore, un punto di forza che possiamo richiamare nei momenti bui. E proprio perché nasce dal superamento della fatica, il sollievo ha un valore immenso. Non è la felicità euforica, non è l’entusiasmo travolgente, ma qualcosa di più profondo, più stabile. È la calma dopo la battaglia, il silenzio dopo il frastuono, la mano che ci solleva quando stavamo per cadere. È una delle emozioni più umane che esistano, perché ci connette con la nostra fragilità e al tempo stesso con la nostra forza. E forse, in fin dei conti, il sollievo è proprio questo: la consapevolezza che, anche se la vita può essere dura, c’è sempre un momento in cui tutto si fa più leggero. E in quel momento, possiamo respirare, sorridere e andare avanti.
E sono certo che quando la prossima settimana arriverà la nuova emozione anche voi tirerete un sospiro di sollievo. ^_^
Per oggi è tutto.
A presto e alla prossima.

